Mýthos e Lógos: origine dei termini e procedere del loro significato nella cultura greca
Il termine “mito” (μύθος, mýthos) possiede in Omero ed Esiodo il significato di “racconto”, “discorso”, “storia”.
Un racconto “vero”, pronunciato in modo autorevole perché «non c’è nulla di più vero e di più reale di un racconto declamato da un vecchio re saggio».
Nella Teogonia è μύθος ciò con cui si rivolgono le dee Muse al pastore Esiodo prima di trasformarlo in “cantore ispirato”.
Diversa è l’origine del lógos (λόγος) che si presenta piuttosto come un “discorso calcolato, ragionato” non necessariamente “vero”:
« Il logos della mitologia, in accordo con quello della sofistica, non tiene in nessun conto la verità; piuttosto, esso ha di mira la persuasione. »
(Michel Fattal. Ricerche sul logos. Da Omero a Plotino. Milano, Vita e Pensiero, 2005, p.55)
Solo dopo il periodo “omerico” si osserva un cambiamento radicale nei significati dei due termini:
« Dopo l’età omerica il rapporto di frequenza dei due termini si inverte gradualmente, e così anche il loro rapporto di valore. Lógos prende via via importanza come designazione di un discorso che non fa appello a una tradizione, ma chiede di essere valutato secondo la sua organizzazione interna, mentre mýthos, in quanto il suo valore è legato al prestigio di chi lo proferisce, assume il senso di un discorso non verificabile »
(Maria Michela Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia, Torino, Boringhieri, 2009, p.51)
Ciò premesso, con Platone i due termini si incrociano in mythologia (il nostro usa anche mythous légein, mythologein) a significare quel genere di poiésis che si occupa di raccontare “intorno a dèi, esseri divini, eroi e discese nell’aldilà“.
« Si può dunque concludere con discreto fondamento che il sostantivo mythologia e il verbo mythologeuo accolsero e conservarono un significato restrittivo dell’originaria parolamythos: il significato di “parola efficace” ridotta a “narrazione non obbligatoria, non implicante argomentazioni”; mentre il significato di mythos come “parola efficace”, “progetto”, “macchinazione”, “deliberazione”, si trasferì quasi esclusivamente nella parola logos e sopravvisse nel verbo mythiazomai. Questo vuol dire che la congiunzione di mythos e logos(mythologia, mythologeuo) corrispose alla svalutazione di mythos come “parola efficace”, a vantaggio di logos; […] E dunque ciò induce a supporre che nella storia della lingua greca dopo Omero si sia progressivamente attuata – già prima di Protagora – una svalutazione di mythos a favore di logos, tanto che le commistioni di mythos e logos furono restrizioni del significato di mythos, quasi che mythos, al contatto diretto con il suo concorrente (non ancora con il suo “contrario”), logos, fosse destinato a cedere parte di sé. Ciò è particolarmente importante, poiché fornisce una base filologica all’ipotesi che la parola mythos significasse originariamente anche l’essenza dei racconti intorno a “dèi, esseri divini, ecc.”, e che proprio questa essenza da un lato abbia determinato con la sua crisi la svalutazione e la restrizione semantica di mythos, d’altro lato sia sopravvissuta nell’oggetto indicato dal vocabolo caratteristico dell’istante di crisi: mythologia. »
(Furio Jesi. Il mito. Milano, Mondadori, 1989, pp. 20-1)
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