Puoi realmente sapere tutto – ma proprio tutto – di qualcosa? O non è forse che proprio perché la indaghi, la studi, la mèditi, che quella materia la conosci meno delle altre?
L’altro giorno ho incontrato un conoscente che, a domanda, mi ha risposto con imperiosa gaiezza: “Io so tutto su questa materia!” Ho taciuto, dopo queste parole, ignorando se le avesse pronunciate con convinzione o autoironia; dopodiché ciò che contava era che comunque mi avevano fatto riflettere. La questione era ed è: puoi realmente sapere tutto – ma proprio tutto – di qualcosa? O non è forse che proprio perché la indaghi, la studi, la mèditi, che quella materia la conosci meno delle altre? Non è un paradosso? Più vai avanti nella ricerca e più ti rendi conto che non saprai mai tutto ciò che c’è da sapere su un argomento, che ogni passo avanti nella conoscenza è, per l’appunto, non soltanto una luce che rischiara qualcosa che prima era nel buio, ma anche la scoperta di nuove ombre e di nuovi silenzi, dove tu ancora non sei entrato e che devi pazientemente dischiudere. Del resto Karl Popper, uno che a proposito di teoria della conoscenza ha lasciato un’eredità importante – non trattandosi di un sapere precotto bensì di un sistema critico di concepire il sapere -, riteneva che “a ogni passo in avanti che facciamo, a ogni problema che risolviamo, non scopriamo solo problemi nuovi e insoluti, ma scopriamo anche che là dove credevamo di trovarci, su un terreno stabile e sicuro, in realtà tutto è incerto e precario”. Non sarà mica che il sapere è un grande universo, un’unica ed infinita ragnatela dove ogni più piccola parte è anche, inaspettatamente, interrelata con innumerevoli altre? Che dire, dunque, delle discipline e sotto-discipline, dei vari ‘capitoli’ in cui esso è stato suddiviso? Non è forse quella che Bruno Arpaia ha chiamato “specializzazione e parcellizzazione dei saperi” (in “Non due ma mille culture”, Il Sole 24 Ore, 10.07.2011), con l’idea derivatane di ambienti chiusi e tendenzialmente autosufficienti/autoreferenziali, ad illudere certuni che si possa acquisire una comprensione totale di ciò che è stipato dentro quei recinti artificiali, nella serena dimenticanza degli infiniti intrecci che legano tra loro mondi spesso ritenuti lontani?
Certo genere di ‘credenza’ – la chiamo così perché qualcuno la porta e la spende come una fede – potrebbe ricondursi anche alla “perniciosa influenza dell’idealismo italiano (Croce e Gentile, per intendersi, ndr) sulla politica della formazione scolastica e dello sviluppo accademico” (G. Corbellini, “Lo psicologo messo in Croce”, Il Sole 24 Ore, 24.03.2013) ovvero, ancor prima, a quella tendenza affermatasi nella seconda XIX° secolo per cui la scienza aveva iniziato ad essere scissa e relegata in un canto separato, rispetto alla cultura. Il frazionamento della cultura, prima in due, poi in ben più numerosi spicchi, potrebbe aver agevolato l’illusione di un sapere totale che si forma su qualcosa. Senonché il sapere non consiste in una appropriazione definitiva di informazioni, non è statico in alcun senso, bensì si sviluppa in una incessante revisione e ri-elaborazione delle stesse e le singole discipline costituiscono insiemi comunicanti, spesso dagli incerti confini. Così si può, partendo da una parola, dare inavvertitamente inizio ad un itinerario che, di rimando in rimando, si rivela indefinito.
E allora, se così stanno le cose, non c’è poi molta differenza tra la pretesa di sapere tutto di qualcosa e sapere.. tutto di tutto. E’ insensatezza, impastata di una superbia quasi ingenua; quella superbia che, per dirla con le parole del Santo Josemaria Escrivà (da “Solco”, par. 703), “prima o poi finisce per umiliare, di fronte agli altri, l’uomo ‘più uomo’, che agisce come una marionetta vanitosa e senza cervello”.

Lascia un commento