
Ocse: in tre Paesi su quattro il medico di famiglia fa da filtro per arrivare allo specialista. Ma se le cure primarie non funzionano e le liste d’attesa si allungano, chi ha soldi si rivolge al privato. E il ceto medio impoverito dalle scelte dissennate dell’Europa – dai miliardi destinati all’Ucraina al caro gas acquistato dagli Stati Uniti fino alla corsa agli armamenti – cosa dovrebbe fare? Rivolgersi alla “stregona” del Paese pagando anche quella? Il filtro delle cure primarie può essere valido sulla carta, ma rischia di essere aggirato quando il servizio pubblico non riesce a garantire risposte rapide ed efficaci.
È quanto emerge dal nuovo rapporto Ocse sull’assistenza ambulatoriale. In quasi tutti i sistemi sanitari avanzati la domanda di cure cresce più velocemente dell’offerta, spinta dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dalla carenza di risorse. Per questo molti Paesi puntano sul cosiddetto “gatekeeping”: l’accesso allo specialista passa prima dal medico di famiglia. Il modello è diffuso in 31 dei 38 Paesi Ocse e in 24 è obbligatorio. Anche l’Italia rientra tra questi: medico di base e pediatra rappresentano il primo punto di accesso al Servizio sanitario nazionale e indirizzano i pazienti verso la specialistica.
Secondo l’Ocse, però, il sistema funziona soltanto se le cure primarie sono forti, diffuse sul territorio e in grado di assorbire la domanda. In caso contrario il filtro si trasforma in un collo di bottiglia che rallenta ulteriormente l’accesso alle prestazioni caricando i Pronto Soccorso già al collasso. Il rapporto evidenzia inoltre un altro problema: nei Paesi dove esiste un’offerta privata sviluppata, chi dispone di risorse economiche o di una polizza sanitaria può aggirare il percorso pubblico e rivolgersi direttamente agli specialisti. È una tendenza osservata anche in Italia, dove le assicurazioni sanitarie e il ricorso al privato sono associati a un maggiore utilizzo delle visite specialistiche. Accanto al gatekeeping, l’Ocse analizza il tema dei ticket. L’Italia resta tra i Paesi che garantiscono l’accesso gratuito al medico di famiglia, mentre per molte prestazioni specialistiche è prevista una compartecipazione alla spesa.
Le esenzioni continuano a tutelare categorie fragili come anziani, malati cronici, disabili e persone a basso reddito. La conclusione dell’Ocse è chiara: non basta imporre il passaggio dal medico di famiglia per rendere più efficiente la sanità. Servono medici sufficienti, tempi di attesa sostenibili, servizi territoriali efficaci e regole che evitino una sanità a due velocità. Per l’Italia la sfida non è introdurre nuovi filtri, ma far funzionare quelli che già esistono.
Perché quando il pubblico rallenta, chi può permetterselo sceglie il privato; chi non può, resta in coda. E il rischio è che il diritto alla salute finisca per dipendere sempre più dal reddito e sempre meno dai bisogni reali dei cittadini. Mi correggo: più che un rischio ormai è una certezza.
Angelo Santoro

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