
C’è un paradosso geografico ed economico che rischia di bloccare l’Italia al palo della transizione ecologica. Da un lato, una politica che guarda a soluzioni a lungo termine e ad alta intensità di capitale come il nucleare di nuova generazione; dall’altro, scienziati ed esperti del settore che indicano il cielo, ricordandoci che la nostra risorsa più preziosa è, e resta, il sole.
Il dibattito sul mix energetico nazionale si è arricchito di due voci pesantissime, intervenute in questi giorni a Roma al convegno sull’energia di Alleanza Verdi Sinistra: quella di Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica, e quella di Francesco Starace, ingegnere ed ex amministratore delegato di Enel. Entrambi, seppur con sfumature diverse, mettono a nudo le fragilità del piano energetico del governo Meloni, definendo il ritorno all’atomo una strada anacronistica o, quantomeno, non prioritaria. Si tratta di un’opzione che si scontra da sempre sia con lo spettro dei rischi legati alla sicurezza, sia con il nodo mai risolto delle scorie: una gestione complessa, che si rivela insostenibile sul lungo periodo non solo per le finanze pubbliche, ma soprattutto dal punto di vista ambientale.
Proprio dal palco dell’evento, Giorgio Parisi ha indicato nel solare il vero futuro dell’Italia, definendo il nucleare «obsoleto». Per il Nobel è disarmante che, mentre il nord Europa investe sul fotovoltaico, l’Italia – nel cuore del Mediterraneo – discuta di centrali pronte tra decenni, ignorando peraltro che ben un quarto dei consumi nazionali serve a riscaldare le case, un’emergenza aggredibile subito con l’efficienza dei cappotti termici. Dati alla mano, lo scienziato ha poi contestato la tesi del presidente del Senato, Ignazio La Russa, secondo cui gli italiani «si abitueranno al clima tropicale», ricordando che nel Mediterraneo il riscaldamento corre al doppio della media globale: «Certo ci si può abituare, – ha sferzando con amara ironia – ma si può andare anche al camposanto prima di abituarsi». Per Parisi, queste sottovalutazioni «producono danni» reali al tessuto economico e sociale.
Se lo scienziato pone l’accento sulla fisica, il manager guarda alla fattibilità industriale. Francesco Starace, storico ex amministratore delegato di Enel, adotta una linea pragmatica che lo porta, di fatto, sulla stessa sponda di Parisi. Pur concedendo con diplomazia che la linea del governo Meloni sia legittima – «È un piano che dice semplicemente di approfondire e capire, come si fa a dire di no?» –, il manager chiarisce che l’atomo non può essere il pilastro del Paese, indicando nelle rinnovabili l’unica vera priorità. Per Starace la vera urgenza è un’altra, e l’Italia non deve inventare nulla, ma solo smettere di ostacolare se stessa: basterebbe permettere a cittadini e imprese di fare ciò che già tentano di fare, spingendo sull’acceleratore per installare dai 15 ai 20 mila megawatt di rinnovabili nei prossimi quattro o cinque anni, risolvendo il problema in tempi rapidi e in modo «abbastanza facile».
Questa accelerazione industriale, tuttavia, si scontra regolarmente con il vero e proprio “tallone d’Achille” del sistema Italia. Il manager ed ex amministratore delegato di Enel ha infatti voluto porre l’accento sulla vera criticità che blocca i cantieri: i percorsi autorizzativi, che oggi rappresentano un “collo di bottiglia” insostenibile per lo sviluppo delle infrastrutture verdi. Secondo Starace, la priorità assoluta non è inventare nuovi incentivi, ma snellire drasticamente una burocrazia asfissiante e, al contempo, riequilibrare i sussidi e la fiscalità energetica. L’obiettivo deve essere quello di allinearsi ai modelli virtuosi e ai benefici strutturali già introdotti con successo da altri Paesi europei, gli unici in grado di sbloccare i capitali privati e agevolare una transizione rapida e concreta.
L’incrocio delle analisi di Parisi e Starace restituisce l’immagine di un’Italia che possiede già in tasca la chiave del proprio futuro energetico: sole, efficienza termica e semplificazione burocratica. Inseguire il nucleare rischia di trasformarsi in una distrazione costosa, una risposta complessa e tardiva a un’emergenza – quella climatica ed energetica – che richiede invece soluzioni pratiche, pulite e attivabili fin da subito.
Antonio Laraia

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