
Il “Presidente più amato” e la sua eredità: perché oggi, 25 aprile, le sue parole sulla giustizia sociale risuonano più forti che mai.
In un’epoca dominata da astrazioni digitali, algoritmi impersonali e promesse elettorali che svaniscono al primo soffio di vento, la figura di Sandro Pertini emerge dal passato con la forza d’urto di un monito morale imprescindibile. Non è solo il ricordo iconografico del “Presidente partigiano”, dell’uomo che fumava la pipa con pacata determinazione o del tifoso che esultava con fanciullesco entusiasmo ai Mondiali dell’82; è, soprattutto, l’eco di una voce che ha saputo dare alla parola “Libertà” un peso specifico e tangibile. Per Pertini, la libertà non era un trofeo da esporre nelle ricorrenze, ma una sostanza viva, trasformata da concetto filosofico astratto a pane quotidiano, capace di nutrire le speranze di un popolo intero.
Il fulcro del pensiero pertiniano, che oggi brilla di una luce quasi profetica di fronte alle nuove crisi globali, risiede nel rifiuto categorico di una libertà puramente formale o procedurale. Egli sosteneva con vigore che la democrazia non può ritenersi compiuta nel semplice gesto del voto, pur fondamentale, ma deve realizzarsi pienamente nella dignità quotidiana dell’individuo. Secondo la sua visione, uno Stato che garantisce il diritto di parola ma ignora il diritto all’esistenza è uno Stato che tradisce la sua missione originaria. La libertà non è un’etichetta, ma un’esperienza che deve poter essere vissuta da ogni cittadino, indipendentemente dal suo ceto sociale.
In questa visione radicalmente umana, Pertini poneva un interrogativo che ancora oggi scuote le coscienze: “Secondo lei un uomo senza lavoro, che ha fame, che vive nella miseria più nera e che si sente profondamente umiliato perché non può mantenere i suoi figli garantendo loro il necessario, questo per lei è un uomo davvero libero?”. La sua risposta era un “no” secco e tagliente. Certo, egli ammetteva con amara ironia che quell’uomo “sarà pur sempre libero di imprecare” contro il suo destino o contro le istituzioni, ma “questa non è affatto la libertà che intendo io”, diceva il Presidente. Per lui, la libertà scissa dalla giustizia sociale era una “conquista vana”, un guscio fragile e vuoto, destinato a frantumarsi sotto i colpi del populismo estremo, della rabbia sociale o, peggio ancora, dell’indifferenza delle istituzioni.
Celebrare oggi il 25 aprile attraverso la lente di Pertini significa smettere di considerare la Liberazione come un evento musealizzato, un capitolo polveroso dei libri di storia da onorare solo formalmente. Per lui, la Resistenza non era affatto terminata con la cacciata dell’occupante nazifascista o con la fine della guerra; quella vittoria rappresentava soltanto l’apertura di un cantiere eterno e faticoso per la costruzione di una società equa. La lotta partigiana trovava la sua naturale prosecuzione nella lotta contro la povertà, l’analfabetismo e lo sfruttamento. La libertà conquistata sui monti doveva ora scendere nelle fabbriche, nelle scuole e nelle periferie per diventare giustizia sociale effettiva.
Se la libertà d’espressione è il diritto sacrosanto di parlare, la giustizia sociale è il dovere imperativo dello Stato di garantire che tutti i cittadini abbiano gli strumenti culturali e materiali affinché la loro voce sia ascoltata e non resti un grido nel deserto. Pertini ci ricorda costantemente che la dignità non è un lusso riservato a pochi eletti o a chi ha avuto la fortuna di nascere nel benessere, ma rappresenta la condizione minima di esistenza civile. Un uomo lasciato solo nella sua miseria, abbandonato ai margini del progresso, non è solo una tragedia individuale, ma rappresenta il fallimento sistemico della Repubblica e un tradimento diretto di quella promessa solenne scritta nel sangue della Costituzione.
Pertini è stato l’incarnazione vivente della coerenza tra pensiero e azione. Ha conosciuto il buio delle celle, l’isolamento del confino e l’amarezza dell’esilio, pagando sulla propria pelle e per lunghi anni il prezzo altissimo delle proprie idee antifasciste. Proprio per questo vissuto tormentato, quando parlava di giustizia e di vicinanza agli umili, non lo faceva dall’alto di una cattedra accademica o con il distacco della retorica politica, ma parlava con la verità di chi aveva frequentato il fango delle trincee civili. La sua autorevolezza non derivava dal ruolo di Capo dello Stato, ma dalla sua rettitudine morale che lo portava a stare sempre dalla parte di chi non aveva voce.
Oggi, in un mondo frammentato e segnato da nuove forme di precarietà, solitudini digitali e crescenti disuguaglianze economiche, il suo messaggio ci sfida direttamente nel profondo. Ci richiama alla responsabilità collettiva, sottolineando che non può esistere una vera libertà individuale se il nostro vicino di casa è disperato o escluso. Ci ricorda il valore etico del lavoro, che non deve essere visto solo come una fonte di reddito o un mezzo di sopravvivenza, ma come l’architrave fondamentale della dignità umana e della partecipazione sociale. Infine, ci esorta al rifiuto totale dell’indifferenza, poiché la solitudine dell’emarginato e l’invisibilità dell’ultimo sono le ferite più profonde e pericolose che possono infettare il corpo di una democrazia sana.
La lezione più alta e attuale che ci lascia in eredità il “Presidente partigiano” è che la libertà non possiede gambe proprie per avanzare nel tempo: essa cammina necessariamente sulle gambe della giustizia sociale. Senza questo binomio inscindibile, la libertà rischia di degenerare in un privilegio per pochi o in una licenza per i più forti; con esso, invece, diventa un diritto universale, saldo e inattaccabile. In questo 25 aprile, onorare la memoria di Sandro Pertini significa dunque assumersi l’impegno civile affinché nessun cittadino sia più costretto a sentirsi escluso, ma possa finalmente vivere con dignità, con la testa alta e con la concreta speranza in un domani migliore. Perché, come amava ripetere, la libertà è come l’aria: ci si accorge della sua vitale importanza solo quando comincia a mancare.
Antonio Laraia

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