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Salgari e Brooke non si (ri)conoscono nell’isola sommersa

Nell’ampia parte del mondo, quasi tutta non europea, influenzata dagli anglosassoni, James Brooke resta un mito su cui escono biografie a getto continuo e che hanno ispirato una messe di autori da Conrad a Coppola, da MacDonald Fraser a Kipling.

di Giuseppe Mele | 11 Ottobre 2021

Anche la Malesia ha il suo film epico all’hollywoodiana. Giustamente Ai confini del mondo, del regista statunitense Haussman in una cineproduzione che vede,nell’anno del loro massimo attrito, ancora collaborare angloamericani, malesi ecinesi, è incentrato sul grande eroe locale, James Brooke, il Rajah bianco, sterminatore di pirati. Al terzo tentativo la Brooke Heritage Trust dei discendenti, l’ottantunenne artista Lionel ed i figli Jason e Laurence, tornati a Kuching, capitale del Sarawak fondata dal trisavolo, solo nel 2011, è riuscita a mettere sullo schermo le gesta del sovrano inglese d’India. Il primo tentativo era stato il progetto di documentario The life and times of Sir James Brooke of Sarawak del filmaker bolognese Cavazza per la sceneggiatura dell’artista Zecchini. Poi la Margate House Films aveva annunciato nel 2017 la cinebiografia per mano del regista russo Bodrov ma solo ora esce il titolo (non proprio nuovissimo, Edge of the world, il confine del mondo) grazie al pool riunitosi attorno all’amministrazione di Sarawak che ha potuto contare sulla digitalizzazione dell’archivio di Brooke. Non deve meravigliare l’entusiasmo con cui sono stati accolti gli ultimi (non) pretendenti al trono bornese; malgrado che due passi, nel minuscolo Brunei ci sia il sultano Hassanal Bolkiah, il monarca più ricco della terra, nella più grande palazzo del mondo, che ha introdotto ultimamente anche una sharia stretta e che è pure Ammiraglio onorario della Royal Navy.

Nell’ampia parte del mondo, quasi tutta non europea, influenzata dagli anglosassoni, James Brooke resta un mito su cui escono biografie a getto continuo e che hanno ispirato una messe di autori da Conrad a Coppola, da MacDonald Fraser a Kipling. Nell’epoca del politicamente corretto, è tornata utile la riscoperta della sua omosessualità, che prima veniva fatta passare per un’invalidità dovuta alleferite ai genitali, ricevute nella guerra anglo birmana del 1825. Le sue passioni vengono ricordate in India, Uk e Malesia dove si strinse ad un nobile cortigiano del 23° sultano del Brunei, Saifuddin II.Questo amore nelfilm diventa la passioneomosessuale per Brooke (non ricambiata) dello zio del sultano, il Rajah Hashim, che nella realtà storica fu un prezioso alleato per l’inglese d’India, permettendogli di conquistare, poco a poco, la corte malese, con l’esplorazione di più di cento chilometri di costa del Borneo e del fiume Sarawak, con la repressione di quella che oggi chiameremmo rivolta sindacale dei minatori di antimonio e carbone contro Hashim e con la vittoria su nemici molto diversi tra di loro come i pirati della costa, i daiacchi ribelli detti uomini serpente, capitanati dal rivale Rajah Mahkota, ed i cinesi repressori degli stessi daiacchi.

Per altro verso anche il quadretto romantico dell’amore dell’avventuriero per la bella malese Fatima, nipote del sultano, che Brooke sposò con rito islamico, avendone la figlia Fatima Brooke, risulta utile per sottolinearne l’anticolonialismo addirittura antinglese (di un Sir, cavaliere della Regina!), il pacifismo, l’amore per i fidati daiacchi tagliatori di teste, storicamente oppressi da cinesi e indiani, che Brooke preservò anche dai tentativi di conversione dei missionari cristiani (ma i civil servant erano tutti d’origine inglese). La passione del Rajah bianco per le effettive bellezze naturali della jungla sarawakiana, su cui si sofferma il film, è confermata da naturalisti come Wallace, Hooker ed il nostro botanico fiorentino Beccari che gli dedicarono le scoperte di nuove farfalle, piante carnivore e ben 130 specie di palme.

Nell’avanzata colonialista ottocentesca in Asia, in presenza di regni organizzati e secolari, era una prassi la conquista mascherata da concessioni e rapporti di vassallaggio ad opera di coloni, armatori, militari e commercianti avventurieri. L’americano Lee Moses si prese dal Brunei in concessione il Sabah o Nord Borneo, dalla baia di Kimanis al fiume Seboekoe (passato poi al compatriota Torrey, Maharaja del Borneo del Nord, poi nel 1878 all’austriaco von Overbeck, Maharajah di Sabah e raja di Gaya e Sandokan, infinenel 1891 al britannico Dent). Anche il sultanato arabo di Solu fece la stessa fine mentre quellodi Sambas che contendeva a Brunei la sovranità virtuale sull’inesplorato Sarawak, andò agli olandesi. Brooke era quindi in buona compagnia. Il Royalist, corvetta armata da 6 cannoni, gli permise di dettare legge sul Sultano, in difficoltà tra ribellioni, potenze coloniali e sfruttamento minerario di oro e carbone su terre in effetti poco conosciute; e gli venne concesso per 2500 sterline un Raj, governatorato sotto teorica autorità imperiale.

Se non era pacifista, come lo descrive il film, Brooke però era nipote acquisito di Saifuddin II, uno di famiglia, insomma; il che gli permise di ottenere la piena sovranità su Sarawak da un lato, mentre si rifiutava, dall’altro, di cedere il trono alla Compagnia delle Indie cui consegnò solo l’isola di Labuan di cui venne nominato governatore. La sua vicenda, unica e da romanzo, diede origine ad una dinastia, durata un secolo. fino all’abdicazione di Anthony. Proprio come i monarchi inglesi della regione afghana del Kafiristan, raccontati da Kipling ne  L’uomo che volle farsi Re del 1888. La sua corte nel palazzo Astana a Kuching era pittoresca e stravagante, carica di esotici arredi europei ecineserie, con tutta la varietà delle tribù bornesi e la fedele ed adorante guardia daiacca acconciata con le decorazioni di guerra. Per gli inglesi nati in India come James, originario di Benares sulle rive del Gange, già sottufficiale del VI° Fanteria Indigena dell’esercito del Bengala della Compagnia delle Indie orientali era normale l’abitudine alle pratiche schiavistiche, poligami religiose locali, una promiscuità fisica e mentale assai poco vittoriana, che poi non impediva di garantire ordine e repressione. Ad un certo punto questo caravanserraglio acristiano scatenò il discredito inglese contro l’avventuriero sottufficiale, troppo poliforme. Pacifista che sparava con cannoni navali; scapolone gay, sposato musulmano, con due figli (oltre Fatima, ebbe George da una cameriera inglese riconosciuto tardivamente); Sir colonialista alfa ma nipote del Sultano.

L’anatema però glielo diede nel 1896, Salgari ne I pirati della Malesia, terza opera del suo ciclo indomalese. Lo scrittore veronese tratteggiò il personaggio, realmente esistito, a trent’anni dalla sua morte avvenuta in Inghilterra mentre a Sarawak regnava il nipote Charles. L’ira salgariana non era certo quella del processo cui era stato sottoposto in Inghilterra il Rajah bianco per gli abusi di potere contestatigli. Brooke era uno dei grandi cattivi con l’inglese Lord Guillonk, nemico di Sandokan ne La tigre della Malesia del 1883, con il fiammingo al servizio spagnolo Van Gould, nemico de Il Corsaro Nero del 1898 e con l’indiano Suyodhana, capo dei thugs, della grande rivolta indù del 1857, nemico di Tremal-Naik ne I misteri della jungla nera del 1887. Non stiamo a ricordare gli innumerevoli film che nei decenni sono stati dedicati a questi romanzi.

Lo spirito garibaldino di Salgari lo faceva fluttuare tra irredentismo terzomondista e difesa dell’amore e della donna, quasi sempre bionda, ma non necessariamente europea. Come si vede, i cattivi sono distribuiti tra diverse razze, ispanolandese, indiana, inglese. L’ira di Guillonk è quella di uno zio che protegge la nipote;  Van Gould è un padre che difende la figlia ma ha un conto in sospeso con il Corsaro italiano, che perdura tra Fiandre e Antille. Gli indiani Tremal-Naik e Suyodhana si contendono una donna, amata dall’uno, dedicata al sacrificio religioso dall’altro. Brooke è il nemico più asettico; Re del posto, al culmine della sua grandezza, a segno che con un sol gesto faceva tremare persino il sultano di Varauni, cioè il sultano del più vasto regno della grande isola del Borneo, fa rispettare la legge, violata dai tentativi di evasione del carcerato Tremal-Naik. Il suo ordine si scontra con l’anarchia pura del corsaro malese Sandokan, un tempo spodestato dal Sultano del Brunei(salgariamente il fantastico Varauni), rivale anche del Rajahbianco. Qui però non vale la regola del nemico del nemico è amico. Nello scontro alla fine prevale l’anarchia ed il bianco Brooke, sconfitto, viene lasciato in libertà, rimandato a casa, che non è Singapore e nemmeno l’India, ma proprio l’Inghilterra e l’Europa. Proprio mentre storicamente conquistava Labuan e diveniva cavaliere, nella fantasia cadeva spodestato dal pirata di un’isola, Mompracem, che in parte c’è, in parte no, perché stagionalmente viene sommersa dal mare. Nella fantasia della saga, all’insaputa della dinastia Brooke, il suo potere era finito ed un nuovo sultano si accingeva all’ennesima lotta intestina con quello, il convitato di pietra del Brunei unico tutt’ora regnante

Come in tutti i romanzi salgariani gli eroi positivi e negativi sono altrettanto mitici, pieni di iconici sussiego, dignità, onore e grandiosa divina violenza. Non si può nemmeno vedere nella vittoria del malese una rivendicazione di antirazzismo e di uguaglianza fra gli uomini. Questi sono dei, al di sopra della morale, e le differenze razziali, più in basso tra gli uomini, restano tutte. Naturalmente Salgari non aveva più motivo di scavare sulle vicende dei successori di Brooke, sui suoi gusti sessuali e sull’atmosfera della sua corte. Il ritratto letterario, tutto in negativo, più celebre del Rajah rimane per il mondo non inglese. Interpellati, i Brooke hanno detto di non conoscere Salgari. Con loro il mondo anglosassone ha continuato ad omaggiare il sottufficiale che si fece sultano. La linea di demarcazione sta nell’isola sommersa e non trovata. Ciascuno conosce la sua storia, non quella dell’altro.

Attorno a noi ci sono i figli dei daiacchi, di Tremal-Naik, Kammmuri, dei thugs, dei sepoy, dei malesi, dei cinesi, degli indiani. Sono giunti in conseguenza delle concessioni, dei Rajah, della globalizzazione. Anzi sono divenuti abilissimi nel muoversi nelle relative regole ambientali. Cercano però di restare sé stessi ed a casa accarezzano una testa tagliata, abilmente conservata e mummificata. Si attengono alle loro tradizioni, anche se talvolta vengono arruolati per combattere in altri paesi chi difende le proprie regole secolari. Quando vengono scoperti nelle pratiche casalinghe c’è chi si scandalizza e si meraviglia pensando all’irreprensibilità quotidiana. Si tratta soltanto dell’isola non trovata, le cui tradizioni stanno ora sopra, ora sotto al mare. Insieme ma non vicendevolmente (ri)conosciute. Come Salgari e Brooke.

Giuseppe Mele

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: 2011, autori, dinastia, discendenti, evasione, globalizzazione, india, mare, mondo, omosessualità, processo, romanzi, royal navy, uguaglianza

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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