Sala Verde, quando da queste parti c’erano, lato governo, Craxi e Andreotti, Goria e De Mita, De Michelis e, lato sindacati, Marini, Pizzinato, Benvenuto o ancora prima Lama, Storti e Vanni. Matteo Renzi ha riaperto la Sala Verde ma l’ha depotenziata al massimo.
Quando Matteo Renzi a Ferrara ha pronunciato la fatidica frase “Riapriamo la Sala Verde” un sottile brivido è corso sulla schiena di vecchi cronisti habitué di Palazzo Chigi. Dovranno ripulirla in fretta. Chissà cosa c’è dentro, ora. Ritornano gli incontri governo-sindacati evvai riparte la concertazione. Niente di tutto ciò.
Sala Verde, piano nobile, anni di incontri e di lunghe contese quando da queste parti c’erano, lato governo, Craxi e Andreotti, Goria e De Mita, De Michelis e, lato sindacati, Marini, Pizzinato, Benvenuto o ancora prima Lama, Storti e Vanni. Quando le riunioni venivano annunciate per le 10 e 30 e cominciavano a mezzogiorno, tempi da primissima Repubblica. Matteo Renzi è stato bravissimo: ha riaperto la Sala Verde ma l’ha depotenziata al massimo sfrondandola, giustamente, dai riti bizantini che per decenni l’avevano abitata e addobbata. A cominciare dall’orario. Ore 8 di mattina tutti dentro, ore nove tutti fuori. Minuto più minuto meno. Camusso, più degli altri, ha ironizzato sull’ora sola ti vorrei” ma alla fine tutti i sindacati hanno strappato un metodo e un calendario di incontri. Mica male per una situazione di partenza in cui tutti accusavano tutti di fare provvedimenti senza parlarne con i rappresentanti più o meno delegati più o meno rappresentativi.
Anche Andreotti da presidente del Consiglio, fine anni Ottanta, arrivava a Palazzo Chigi, chi scrive era già lì per il Tg1, anche prima delle 8 a bordo di una inconfondibile vecchia Croma color carta da zucchero. Ma a differenza di Renzi non faceva subito incontri formali ma riunioni preparatorie, cosiddette riservate. Ogni stagione ha il proprio metodo. E Renzi ha azzeccato, usando una sala simulacro da nostalgia canaglia, il metodo che più si sposa con i tempi delle decisioni rapide e dei segnali inconfondibili, che non sono solo tweet o post ma sono anche misure di coraggio e innovazione per un intero sistema.
A vedere le foto e le immagini della Sala Verde dell’altro giorno vien da dire che per una ventina di persone sarebbe stata sufficiente anche un’altra sala meno pretenziosa di Palazzo Chigi come ad esempio la sala delle Repubbliche Marinare o il primo salone degli Arazzi per non parlare della bellissima biblioteca Chigiana, perché quei venti tra ministri e segretari di sindacati che non riempivano nemmeno un lato del lungo tavolone a rialzino centrale per non far vedere cosa si scrive da una parte era veramente un segnale di sobrietà e tristezza al tempo stesso. Una sala da ottanta sedie dove ai tempi, dietro ai ministri e ai segretari sedevano consiglieri, consiglieri dei consiglieri, segretari dei consiglieri che consigliavano a giorni alterni e non c’era nemmeno un posto in piedi risulta sottoutilizzata. Son sicuro che Renzi ci farebbe più volentieri incontri con le scolaresche in visita o gli scambi di idee con i leader delle start up. Matteo è fatto così e se ci pensate è anche il suo bello.
E a guardare il tavolo viene ancora più benefica nostalgia: pochi fogli, qualche appunto, poche pochissime cartelline, tavolo sgombro davanti ad alcuni ministri come la Madia e Padovan nemmeno un foglio bianco, l’unico dossier degno di questo nome davanti al sottosegretario Del Rio. E, sorpresa delle sorprese, non si è visto nemmeno un Ipad. Sala Verde ma free tablet o free smart. Insomma rito depotenziato, confronto strettamente oculare e verbale, necessità di alleggerire e di velocizzare. E chi l’ha detto che il confronto era più vero se partiva con un’ora e mezza di ritardo e si dilungava per tre o quattro ore e alla fine non si sapeva che piega aveva preso? Non c’è dubbio che è meglio ora, per loro e per noi. E i contenuti? Beh, quella è tutta un’altra storia.

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