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Sala riprova a interpretare la legge, come è andata a finire?

Nel cesso. Letteralmente. C’è una costante nell’azione amministrativa di Beppe Sala: quando la norma è un po’ scomoda, la si “interpreta”. Quando l’interpretazione scricchiola, la si difende fino all’ultimo grado di giudizio. E quando arriva la sentenza finale, ci si scopre – immancabilmente – vittime di un tecnicismo, di un cavillo, di un’Europa cattiva che non capisce la modernità milanese. Anche questa volta è andata esattamente così. La cosiddetta guerra dei wc si chiude infatti nel modo più prevedibile: con una sonora bocciatura. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha affondato la gara con cui Palazzo Marino aveva assegnato l’installazione di 110 bagni pubblici hi-tech, gratuiti, “di ultima generazione”. Un progetto venduto come segno di civiltà urbana e che invece si rivela l’ennesimo pasticcio giuridico-politico.

di Luca Rampazzo | 12 Febbraio 2026

Nel cesso. Letteralmente. C’è una costante nell’azione amministrativa di Beppe Sala: quando la norma è un po’ scomoda, la si “interpreta”. Quando l’interpretazione scricchiola, la si difende fino all’ultimo grado di giudizio. E quando arriva la sentenza finale, ci si scopre – immancabilmente – vittime di un tecnicismo, di un cavillo, di un’Europa cattiva che non capisce la modernità milanese. Anche questa volta è andata esattamente così.

La cosiddetta guerra dei wc si chiude infatti nel modo più prevedibile: con una sonora bocciatura. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha affondato la gara con cui Palazzo Marino aveva assegnato l’installazione di 110 bagni pubblici hi-tech, gratuiti, “di ultima generazione”. Un progetto venduto come segno di civiltà urbana e che invece si rivela l’ennesimo pasticcio giuridico-politico.

Un project financing molto creativo

Il cuore della vicenda è noto. Il Comune di Milano firma, il 5 dicembre 2023, un contratto con un raggruppamento di imprese – A&C Network (poi Digital Vox) e Vox Communication – per la realizzazione e manutenzione dei wc. In cambio, 97 impianti pubblicitari sfruttabili per 18 anni. Manutenzione garantita per 24. Un classico schema di project financing, se non fosse per un dettaglio non proprio marginale: il diritto di prelazione riconosciuto al promotore dell’operazione.

In sostanza: Urban Vision presenta un’offerta economicamente migliore, ma il Comune concede al promotore originario la possibilità di pareggiarla e prendersi comunque l’appalto. Una norma del Codice degli appalti lo consentiva. Sala si aggrappa a quella norma. E va avanti.

Il Tar dice sì, l’Europa dice no

Nel gennaio 2024 il TAR Lombardia dà ragione a Milano. L’allora assessore Pierfrancesco Maran esulta, promette wc futuristici a cittadini e turisti, poi fa le valigie per Bruxelles. Il Comune tira dritto e, nel settembre 2025, annuncia persino l’avvio dei cantieri, con bagno pilota ai Giardini Montanelli.

Ma Urban Vision non molla. Ricorre al Consiglio di Stato, che fa quello che spesso manca alla politica milanese: si pone una domanda di fondo. Quelle norme sono compatibili con il diritto europeo? La palla passa a Lussemburgo. E lì arriva il verdetto.

La sentenza che smonta il giocattolo

Il 5 febbraio 2026 la Corte di Giustizia UE stabilisce che quel diritto di prelazione è incompatibile con il diritto europeo perché restringe la concorrenza. Tradotto: non si può costruire una gara su misura del promotore e chiamarla concorrenza. Fine dei giochi. Cantieri bloccati. Gara da rifare. E due anni buttati.

Altro che cavillo: qui salta un pilastro di molti project financing italiani. Non solo i wc di Milano, ma un intero modo di intendere il rapporto pubblico-privato viene messo in discussione. E non da un giudice “ostile”, ma dall’ordinamento che l’Italia dice di rispettare.

Il solito schema politico

La lezione, però, è sempre la stessa. Sala ha interpretato la legge nel modo più conveniente per l’amministrazione. Ha difeso quella interpretazione contro ogni evidenza di rischio. Ha incassato una prima sentenza favorevole e l’ha usata politicamente come lasciapassare. E alla fine ha perso. Non per sfortuna, ma per metodo.

Ora il progetto riparte da zero: 49 bagni da sostituire, 21 nuovi siti già individuati, 40 ancora da decidere. Due anni di contenziosi, risorse amministrative assorbite, tempo perso. Il tutto per scoprire che l’Europa non condivide l’idea milanese di “concorrenza guidata”.

Secondo voi, come è andata a finire? Esattamente come finisce sempre quando si prova a piegare le regole invece di rispettarle. Solo che, ancora una volta, il conto lo paga Milano.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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