
“Francesca Albanese mi permetto di scriverle una lettera per esprimere il mio disappunto ed evidenziare il problema del suo discorso non è la durezza — la storia è piena di critiche necessarie — ma la struttura narrativa che adotta: una costruzione morale in cui il verdetto precede l’indagine. Lei parla di sistemi, ma finisce per evocare un colpevole totale.
È un meccanismo antico: trasformare un conflitto storico in allegoria etica. Il risultato non è chiarezza, ma semplificazione — e la semplificazione è il contrario del lavoro storico.
La parola “genocidio”, usata come chiave interpretativa onnipresente, non apre la comprensione: la chiude. È una categoria giuridica estrema, nata per descrivere fenomeni storicamente definiti, e applicarla come cornice totale significa spostare il discorso dal terreno dell’analisi a quello della sentenza morale. La storia, invece, vive di proporzioni, contesti, comparazioni. Quando queste spariscono, resta solo una narrazione mobilitante.
Il 7 ottobre è un punto di rottura che obbliga a una lettura storica e non simbolica. Non è un episodio accessorio né una reazione meccanica: è stata un’operazione pianificata contro civili, rivendicata come atto politico e identitario. Nella storia dei conflitti, momenti simili segnano cesure morali e strategiche. Ridurli a semplice “contesto” equivale a negarne la natura storica: l’irruzione della violenza come messaggio. E la storia insegna che quando la violenza viene assorbita nella retorica, la comprensione si dissolve.
C’è poi una genealogia più lunga che il suo schema tende a ignorare: la storia degli ebrei nei paesi arabi. Per secoli comunità radicate hanno vissuto in uno statuto di tolleranza subordinata — la dhimma — che garantiva sopravvivenza ma sanciva diseguaglianza. Con il Novecento, tra nazionalismi, guerre regionali e radicalizzazioni ideologiche, questa presenza millenaria si è dissolta in espulsioni, confische, fughe. Circa un milione di persone sradicate. Non è un capitolo marginale: è parte integrante dell’ecosistema storico che ha plasmato Israele e il Medio Oriente contemporaneo. Ignorarlo produce una cronologia mutilata.
Dentro questo quadro si colloca Hamas, spesso ridotto a semplice attore politico. Storicamente, però, nasce come movimento ideologico-religioso che interpreta il conflitto in termini esistenziali. La sua grammatica non è solo territoriale ma identitaria: la violenza non è incidente, è linguaggio. La storia del Novecento mostra che quando un attore politico sacralizza lo scontro, il conflitto cambia natura. Trattarlo come un soggetto neutro tra pari non è analisi storica: è astrazione.
Il punto centrale è che la storia non sopporta categorie assolute. Trasformare uno Stato in simbolo universale del male significa uscire dal metodo storico ed entrare in una drammaturgia morale. È una tentazione ricorrente: offre chiarezza emotiva al prezzo della complessità. Ma la complessità è l’unico strumento che impedisce alla critica di diventare mito.
Da ebreo europeo — erede di una memoria che è archivio prima che identità — riconosco il momento in cui il linguaggio smette di descrivere e comincia a evocare archetipi. La storia insegna che questi passaggi non sono mai neutri. Ogni volta che un soggetto collettivo viene elevato a principio del male, il discorso si sposta dalla responsabilità alla metafisica. E la metafisica morale ha conseguenze storiche concrete.
La giustizia che lei invoca richiederebbe l’opposto: precisione, misura, consapevolezza delle stratificazioni storiche. Non perché la storia assolva, ma perché impedisce alle parole di diventare sentenze totali. Criticare è necessario. Ma farlo senza storia significa sostituire l’analisi con la narrazione — e la narrazione, quando pretende di essere verità assoluta, smette di essere critica e diventa ideologia.
Cordialmente,
Kirschenbaum”
Nico Kir

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