
L’incipit dell’opera 65 di Camille Saint Saens introdotta al pianoforte da Troncanetti allinea e richiama la tromba, quasi in barocca esclamazione, con ripresa degli gli archi e sviluppa un dialogo luminoso da far ricordare Henry Purcell, con sottolineatura e divertente approccio. Il secondo movimento ricorda allegramente un’epoca, siamo nel 1881,quando Saint Saens scrive questo settimino in mi bemolle maggiore op 65 per tromba, due violini, viola, cello, contrabbasso e pianoforte. E fa il verso a quella età, e sviluppa tempi e dialoghi autonomi, come un incedere moderno creato con elegiaca eleganza a tratti scanzonata, a tratti più sognante e lieve. Bellissima la tromba quando, protagonista spicca, appoggiata dagli archi e sottolineata dal pianoforte, con un tempo cadenzato che segue il vertice del secondo movimento . Ludovico Troncanetti al pianoforte sviluppa il terzo tempo, introdotto dalla tromba con tono grave. Poi, un passo sobrio e solenne per il pianoforte, di lì a poco seguito dal suggestivo violoncello con un sentimento in minore affiancato dal violino; espressione virtuosa dell’attimo d’ascolto. Un interrogarsi quasi, trai gli strumenti, interrotto dal dialogo centrale del pianoforte, racconta con calma solenne, l’accaduto inesorabile del tempo, del dolore dell’inesorabile realtà concreta e ferma. Poi di nuovo, la tromba consola quel sentimento che il violino racconta. Un bellissimo dialogo si alza, come se fossimo tutti lì ad ascoltare, e non come da una platea virtuale, ma in un intimo salotto davanti al fuoco scoppiettante della musica, in raccoglimento. In ciascun discorso, nel vuoto del teatro, appunto, ormai senza più pubblico, costretto da ingiusti eventi e irrazionali scelte populiste a restar chiuso, si dischiude all’eleganza di questo ensemble. Ma alla fine il quarto tempo risolve con tromba e pianoforte, il ritmo allegro ottimistico per il futuro, e il sincopato del pizzicato degli archi aggiunge il consenso brillante, mentre è la tromba ad ascoltare silente un pianoforte giocoso, e poi dice la sua come se avesse un calice in mano a sostenere l’esempio di un’epoca allegra, soave e geniale. Con ritmo e buona tecnica, Troncanetti porta innanzi un finale egregio, segnato dalla direzione attenta e precisa di Massimiliano Caldi che ha diretto il virtuoso settetto di Romatreorchestra, che esprime il suo consenso al futuro, che speriamo tutti non più buio ma fatto di prosperità e luce. Luce di un eccellente finale di ensemble.
Enrico Martelloni

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