La condanna a morte di Saddam Hussein, decretata alcuni giorni fa dall’Alta Corte Penale di Bagdad, per crimini contro l’umanità, ha immediatamente fornito l’occasione all’opinione pubblica, ai giornalisti ed ai professionisti della politica per esercitarsi nell’arte dell’eloquenza. Tuttavia, come ormai siamo abituati a sentire da sempre, i commenti non sono riusciti a discostarsi dagli stereotipi ormai arciconsolidati tra coloro che ad essa sono favorevoli – comunque pochi – come il Presidente degli Stati Uniti d’America, Gorge W. Bush (ma come poteva essere diversamente?) o il Professor Giovanni Sartori – forse per l’avanzata età – che si è addirittura lanciato in futuristi giustizialismi verso chi ormai è da decenni più che sprofondato nelle viscere della nostra amata terra e coloro che invece, forse per perbenismo, o forse probabilmente per il timore di non dover incorrere, per qualche strano caso della vita, nella stessa sorte, hanno mostrato ancora una volta più o meno profonda avversione per la pena capitale ….. e tutto questo perché, probabilmente, nessuno vuole precludersi un possibile futuro consenso o da attirarsi indesiderate antipatie!
In realtà, questi non sono che modi per eludere l’essenza della questione che spinge le società civili di alcuni paesi a prevedere, nel proprio ordinamento giuridico per reati particolarmente gravi, misure di carattere afflittivo così crudeli e lesive della dignità della persona come la pena di morte.
Questo, infatti, dimostra essenzialmente l’incapacità degli establishment governativi di riuscire a proporre soluzioni convincenti e certe per tutelare la civile convivenza, evitando il verificarsi di episodi gravi lesivi dell’incolumità delle persone, ma denota anche, inequivocabilmente, una volontà di scelta per la soluzione più semplice e immediata al problema, nella speranza che il deterrente sia, per gli individui, più convincente dell’eventuale applicazione della stessa sanzione.
È vero che il mondo perfetto non esiste. Tuttavia, è altrettanto vero che la perfezione costituisce un obiettivo che deve orientare l’azione degli individui. Pertanto, se non è certamente possibile eliminare completamente dalla nostra vita crimini gravi – la probabilità che nascano o si sviluppino delle menti folli, ahimè, esiste! – è senza dubbio possibile ridurli, sia nel numero che nella gravità, cioè contenerli entro limiti che non suscitino la preoccupazione della collettività e, quindi, che non si renda necessario la previsione della pena capitale nell’ordinamento giuridico.
In questo senso, la sanzione penale della pena di morte non avrebbe, probabilmente, più ragione di essere evocata da nessuno, tenuto conto che la stessa pena ha come suo scopo principale la rieducazione del reo. Ma perché ciò avvenga, soprattutto le élites governative devono dimostrarsi capaci di proporre soluzioni politiche idonee alla convivenza civile, che riducano le situazioni di disagio, di indigenza, di povertà, di disoccupazione, ecc., in modo da non fornire l’humus per lo sviluppo di episodi gravi di violenza alla persona.
Dunque, il fulcro della questione non è se sia o meno giusta la pena di morte, non sta nello schierarsi “pro” o “contro” la stessa e nel decretarne la scomparsa o la sopravvivenza, all’interno di uno specifico ordinamento giuridico, a seconda che prevalga uno o l’altro dei due schieramenti.
La questione della pena di morte è esclusivamente una questione di sostanza.
Le élites governative, o coloro si candidano al governo di un qualsiasi paese, ovvero le istituzioni internazionali che decidono le sorti di milioni di persone, hanno il “dovere” di proporre soluzioni politiche che assicurino, quanto più possibile, la libera e civile convivenza tra gli individui e che evitino il verificarsi di fatti crimonosi gravi, per cui siano poi spinti a prevedere nel proprio codice penale la pena di morte.
Anche questa sembrerà retorica, tuttavia, non mi sembra che da alcun Governo siano state avanzate proposte concrete per creare spazi di convivenza civile, in cui sia esclusa la sanzione della pena di morte e coloro che non sono in grado di dare risposte di contenuto concreto alla questione stanno solamente perdendo tempo e facendo perdere tempo.
Maestro Alberto da Bologna

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