
La superpotenza russa che da decenni viene raccontata al mondo esiste soprattutto nella percezione. È esistita certamente una Russia enorme, ricca di materie prime, armata fino ai denti con ciò che aveva ereditato dall’Unione Sovietica e abilissima nel trasformare tutto questo in un’immagine di forza molto superiore alla propria capacità economica, tecnologica e industriale. Putin ha costruito buona parte del proprio peso internazionale su questa sproporzione, aggiungendovi propaganda, guerra ibrida, disinformazione e soprattutto l’arma che permette ancora oggi a Mosca di sedersi al tavolo fingendo di essere sullo stesso piano degli Stati Uniti: l’atomica.
Basta un numero per rimettere le proporzioni al loro posto. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno speso circa 954 miliardi di dollari per la difesa, la Russia circa 190. Cinque volte meno. Per arrivare a quella cifra Mosca ha dovuto destinare alla spesa militare una quota enorme della propria economia, piegando sempre di più l’apparato produttivo alle esigenze della guerra. Questo rapporto, da solo, ridimensiona gran parte della narrativa sulla parità strategica fra Washington e Mosca.
Putin continua invece a ragionare come se fossimo negli anni Ottanta: territorio, profondità strategica, masse di uomini, artiglieria, carri armati, missili e disponibilità ad accettare perdite enormi. È la vecchia concezione sovietica secondo la quale una guerra si combatte lungo una frontiera e alla fine prevale chi riesce a portare più uomini e più materiale dell’avversario. In Ucraina questo modo di pensare ha prodotto una guerra che avrebbe dovuto durare poche settimane e che continua da quasi cinque anni.
La Russia non è riuscita a piegare un Paese enormemente più piccolo pur disponendo all’inizio dell’invasione di una superiorità teorica gigantesca. Le stime occidentali parlano ormai di circa 1,4 milioni di perdite complessive russe tra morti, feriti e dispersi e di un numero di caduti che potrebbe arrivare intorno ai 450.000. Nel frattempo Mosca ha riaperto depositi sovietici, recuperato mezzi costruiti decenni fa e trasformato una parte crescente dell’apparato produttivo in una fabbrica destinata ad alimentare una guerra d’attrito.
La guerra moderna, però, non è più Kursk. La quantità continua a contare, ma senza tecnologia diventa soprattutto quantità da consumare. Oggi contano satelliti, microelettronica, sensori, software, comunicazioni, guerra elettronica, droni, precisione, elaborazione dei dati e velocità con cui un progetto può essere modificato e mandato in produzione. Un drone relativamente economico può distruggere un mezzo che costa milioni, una rete di sensori può individuare in pochi minuti ciò che quarant’anni fa sarebbe rimasto nascosto per giorni e la profondità territoriale non protegge più automaticamente ciò che si trova a mille chilometri dal fronte.
La Russia questa guerra ha dovuto impararla combattendo. Quando ha avuto bisogno rapidamente di un drone d’attacco economico da produrre in massa non disponeva di un sistema equivalente già pronto nelle quantità necessarie e si è rivolta all’Iran. Il Geran nasce dallo Shahed iraniano. Mosca lo ha poi copiato, modificato, industrializzato e migliorato, ma l’origine racconta perfettamente la situazione: la presunta superpotenza tecnologica ha dovuto acquistare dall’Iran uno degli strumenti destinati a diventare centrali nella propria guerra.
Lo stesso problema riguarda i semiconduttori. La Russia non possiede una filiera autonoma della microelettronica avanzata paragonabile a quella americana o asiatica e continua a dipendere da componentistica straniera, importazioni attraverso Paesi terzi e forniture cinesi. Questo non significa che non sappia costruire armi, significa semplicemente che l’immagine di una potenza tecnologicamente autosufficiente capace di competere alla pari con l’intero sistema industriale occidentale non corrisponde alla realtà.
Ed è a questo punto che arriviamo alle famose migliaia di bombe atomiche. Ci viene ripetuto che la Russia possiede oltre cinquemila testate nucleari, ma nessuno oggi è in grado di certificare fisicamente che esistano tutte nelle condizioni attribuite loro, tantomeno che siano operative. Le cifre pubblicate sono stime costruite attraverso inventari storici, intelligence, vettori conosciuti, immagini satellitari e dati diventati sempre meno trasparenti dopo la fine dei meccanismi di verifica del New START.
Dentro quel numero vengono inoltre mescolate testate dispiegate, riserve, armi custodite separatamente dai vettori e oltre mille ordigni già ritirati e destinati allo smantellamento. Parlare genericamente di “cinquemila bombe russe” produce quindi un’immagine che non corrisponde affatto a cinquemila armi pronte a partire.
La mia valutazione è ancora più drastica. Ritengo possibile che il numero delle testate realmente efficienti, immediatamente disponibili e associate a vettori pienamente operativi sia enormemente inferiore alle stime normalmente percepite, forse persino inferiore a cento. Non esistono dati pubblici che permettano di dimostrare questo numero ed è quindi una valutazione personale, ma proprio l’assenza di verifiche rende altrettanto arbitrario trasformare automaticamente migliaia di testate stimate in migliaia di bombe realmente pronte all’impiego.
Una testata nucleare non è un proiettile che si costruisce, si mette in un magazzino e si dimentica per quarant’anni. Richiede manutenzione, ricondizionamento, elettronica efficiente, esplosivi convenzionali estremamente precisi, sistemi di sicurezza, materiali da controllare e componenti da sostituire. Poi deve funzionare il vettore, devono funzionare la guida, le comunicazioni, le infrastrutture e la catena di comando. Il vero arsenale non è quello scritto sulla carta, ma quello che parte quando si gira la chiave.
Ed è proprio sui nuovi vettori che il mito russo comincia a mostrare crepe evidenti. Il Sarmat, destinato a rappresentare il futuro della deterrenza strategica russa, avrebbe dovuto entrare in servizio già nel 2018. Otto anni dopo il programma ha accumulato ritardi, problemi tecnici e test falliti, compreso il grave incidente del 2024 che danneggiò il sito di lancio. Se persino il sistema che dovrebbe sostituire i vecchi missili sovietici incontra queste difficoltà, diventa legittimo chiedersi perché tutto il resto dell’arsenale debba essere considerato per definizione perfettamente efficiente.
Il paragone automobilistico è elementare. La Russia ha ereditato dall’URSS un garage pieno di Ferrari, ma avere le Ferrari non significa possedere per sempre la fabbrica che le costruì, gli ingegneri che le progettarono, tutti i ricambi, le officine e soprattutto il denaro necessario a mantenerle indefinitamente. Putin continua a mostrarci il garage e noi continuiamo diligentemente a contare tutte le automobili, quando sarebbe più sensato chiedersi quante abbiano ancora benzina, quante partano e quante riescano davvero a uscire dal cancello.
Il problema diventa ancora più evidente quando Mosca minaccia Finlandia, Svezia, Polonia o Paesi baltici come se fossimo ancora nel 1980. Finlandia e Svezia sono oggi membri della NATO. Un attacco contro uno Stato dell’Alleanza aprirebbe il meccanismo della difesa collettiva e cambierebbe completamente la scala del conflitto. Non sarebbe Russia contro Finlandia o Russia contro Polonia, ma Russia contro un sistema di trentadue Paesi con una capacità economica, industriale, tecnologica, satellitare, aerea e navale enormemente superiore.
È esattamente per questo che Putin ha bisogno dell’atomica, non soltanto come arma ma come gigantesco moltiplicatore psicologico. Sul terreno economico non può competere con gli Stati Uniti, sul terreno tecnologico non può competere con l’intero sistema occidentale e sul terreno convenzionale quasi cinque anni di Ucraina hanno già mostrato limiti enormi. Rimane quindi la possibilità di convincere l’Occidente che qualsiasi confronto con Mosca debba automaticamente trasformarsi nell’Apocalisse nucleare.
Qui entra in gioco la guerra ibrida. Cyberattacchi, sabotaggi, propaganda, manipolazione dell’informazione e minaccia atomica servono a produrre ciò che l’economia russa non può produrre: una percezione di potenza molto superiore alla realtà materiale. Mosca non deve essere più forte della NATO, deve convincere abbastanza persone in Occidente che lo sia.
Ed è forse questo il maggiore successo strategico di Putin: un Paese che dispone di risorse militari molto inferiori a quelle aggregate dell’Occidente, dipende dall’estero per componenti tecnologici fondamentali e dopo quasi cinque anni non è riuscito a piegare l’Ucraina continua a essere rappresentato come una forza convenzionale davanti alla quale l’intera Europa dovrebbe tremare.
La Russia non ha bisogno di dimostrare che cinquemila testate funzionino. Ha bisogno che noi ci crediamo. Tutto il resto viene dopo.
Piero Terracina

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