
Si rischia di cadere nel grottesco nel vedere Marco Rubio attraversare mezzo pianeta nel disperato tentativo di rattoppare danni che partono direttamente dallo Studio Ovale. Una sorta di ambasciatore del vuoto, spedito a rassicurare governi, alleati e mercati mentre il suo presidente continua a demolire ogni residuo di credibilità americana con dichiarazioni impulsive, minacce scollegate dalla realtà e uscite da comizio permanente.
Rubio ormai sembra ridotto al ruolo di impiegato delle scuse preventive. Arriva, stringe mani, promette stabilità, parla di cooperazione strategica, poi puntualmente da Washington parte l’ennesima sparata trumpiana che azzera tutto nel giro di pochi minuti. Una diplomazia da pronto soccorso continuo, senza visione, senza pragmatismo, senza nemmeno la lucidità minima per capire che il mondo non segue più automaticamente gli ordini americani come trent’anni fa.
La verità è che Rubio incarna perfettamente il livello medio dell’attuale classe dirigente repubblicana: molta retorica, pochissima sostanza, zero capacità di leggere gli equilibri reali. Due braccia sottratte all’agricoltura, ma con il dettaglio inquietante di avere in mano dossier che riguardano petrolio, guerre, rotte energetiche e deterrenza nucleare.
E infatti il risultato è sotto gli occhi di tutti. Washington oggi appare come una potenza che alterna isteria e confusione. Da una parte minaccia escalation globali, dall’altra manda emissari a spiegare che “non era quello il messaggio”. Un teatro geopolitico sempre più simile ad una gestione improvvisata dove il segretario di Stato tenta di riparare crepe che il suo stesso mentore continua ad allargare con la ruspa.
Il caso Hormuz è emblematico. Le tensioni alimentate dalle continue provocazioni e dall’approccio muscolare senza strategia hanno prodotto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Invece di intimidire Teheran, hanno destabilizzato i mercati energetici, innervosito gli alleati del Golfo e dato ulteriore centralità geopolitica all’Iran. Una genialata strategica degna di chi confonde la politica estera con un reality televisivo.
E nel frattempo Rubio colleziona figuracce diplomatiche lungo il percorso. Il paradosso più clamoroso sarà probabilmente quello imminente con il Papa. Si ritroverà a stringergli la mano cercando di mostrare il volto “responsabile” dell’America mentre, quasi in contemporanea, Trump demolirà nuovamente ogni tentativo di ricostruire credibilità internazionale con qualche dichiarazione fuori controllo. Una scena surreale: Rubio impegnato a vendere moderazione, Trump impegnato a incendiare il quadro globale da migliaia di chilometri di distanza.
Ed è qui che emerge tutta l’inutilità politica del personaggio. Rubio non decide, non guida, non corregge, non contiene. Viaggia, parla, sorride, prova a tamponare, ma appare sempre più come un diplomatico senza leva reale, costretto a rincorrere eventi che non controlla e parole che non decide.
Nel frattempo il resto del pianeta osserva incredulo. Non tanto per paura, quanto per stupore. Perché se non ci fosse in gioco una delle aree energetiche più delicate del pianeta, l’intera situazione verrebbe trattata come una gigantesca barzelletta internazionale.
Il problema è che dietro questa farsa si muovono petroliere, basi militari, sistemi antimissile, rotte commerciali e mercati finanziari che reagiscono in tempo reale. E quando alla guida della principale potenza occidentale c’è un uomo che cambia posizione tre volte nella stessa giornata, mentre i suoi collaboratori inseguono disperatamente le conseguenze delle sue dichiarazioni, il rischio sistemico smette di essere teoria.
Rubio allora continua il suo tour globale da riparatore tardivo. Ma ogni missione assomiglia sempre più a quella di un funzionario mandato a lucidare le sedie mentre il palazzo brucia.
Piero Terracina

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