
di Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana*
“Rohingya is our identity, Arakan is our dignity”. Così recitano alcuni dei cartelli redatti in inglese e issati dai manifestanti Rohingya che in decine di migliaia martedì 25 agosto hanno protestato nei campi del distretto bangladese di Cox’s Bazar. La giornata segnava il nono anniversario del genocidio del 2017: a partire dal 25 del mese di agosto, più di 700.000 Rohingya perseguitati dai militari birmani sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, e a rifugiarsi nel distretto sud-orientale bangladese di Coz’s Bazar, tra Ukhiya e Teknaf. Distribuiti su una trentina di campi, oggi ci vivono circa 1 milione e 200.000 Rohingya, membri della minoranza musulmana residente per secoli nell’attuale Stato birmano del Rakhine, l’ex Arakan appunto.
Nel cartello “Arakan è la nostra dignità” c’è un sottotesto: nei campi profughi di Cox’s Bazar la dignità è venuta meno. Conta il sovraffollamento e il peggioramento delle condizioni di vita, sempre più precarie anche a causa della riduzione degli aiuti internazionali. L’appello umanitario per il 2026 è di 710 milioni di dollari, il 26% in meno rispetto al 2025, ma finora è stata raccolta meno della metà dei fondi. Una tendenza di cui si è detto preoccupato anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha invocato maggiore impegno da parte della comunità internazionale.
A Dacca, lo stesso fa in queste ore il primo ministro Tarique Rahman, leader del Bangladesh Nationalist Party, salito al potere dopo che la rivolta di luglio ha costretto alla fuga in India Sheikh Hasina nell’agosto 2024, e dopo un governo transitorio capeggiato dal premio Nobel Muhammad Yunus. La strategia sui Rohingya del Bnp risale al 2023 e l’esecutivo prova ad aggiornarla con un nuovo Comitato di esperti, alla cui testa c’è proprio Tarique Rahman. Buone intenzioni, ma, pare, obiettivi irrealistici. Scopo primo ed esclusivo rimane infatti il rimpatrio dei Rohingya, che per ora però è irrealizzabile.
Le persecuzioni dei Rohingya sono di lunga data. Precedenti governi targati Bnp hanno gestito processi di rimpatrio nel 1978 e all’inizio degli anni ’90, presentati come modelli da replicare. La ministra per gli Affari esteri, Shama Obaed Islam, il 18 agosto ha confrontato la situazione attuale di stallo con il presunto successo del rimpatrio dei Rohingya sotto la presidenza di Ziaur Rahman, il generale divenuto nel 1977 presidente del Bangladesh e nel 1978 fondatore del Bnp. Quei rimpatri, però, non sono stati così trasparenti, e hanno previsto anche l’uso della coercizione. Inoltre, come è stato giustamente ricordato, “questa volta il contesto è di gran lunga più complesso. Lo Stato centrale del Myanmar ha perso legittimità e controllo in molte aree, il panorama politico dello Stato di Rakhine è stato trasformato dalle conquiste dell’Arakan Army, la stanchezza dei donatori si sta aggravando e i bangladesi sono impazienti di vedere progressi sul fronte del rimpatrio”.
Il nuovo governo dovrebbe avere coraggio politico, affrontare l’impazienza dei propri cittadini e adottare politiche che contraddicano il principio cardine adottato finora, prima dall’Awami League di Sheikh Hasina, poi dal governo di transizione di Muhammad Yunus: no all’integrazione dei Rohingya. Dacca, infatti, non riconosce i Rohingya come rifugiati, ma li tratta come “forcibly displaced Myanmar nationals”, costringendoli in uno stato di eccezione permanente. Che siano confinati nei campi sovraffollati di Cox’s Bazar o sull’isola-prigione di Bhasan char, ai Rohingya viene negato il diritto all’istruzione formalmente riconosciuta, l’accesso al lavoro, la stessa libertà di movimento. Maggior realismo potrebbe rendere i Rohingya meno dipendenti dalla macchina umanitaria, dunque meno vulnerabili, riducendo le tante morti nel golfo del Bengala di quanti, frustrati dalla mancanza di prospettive, lasciano i campi bangladesi (nel 20025 l’UNHCR ha registrato almeno 8 incidenti marittimi e l’anno più letale con 892 persone morte o disperse).
Servirebbe dunque una politica di medio-termine, in attesa che, sull’altro lato del confine, i Rohingya vengano finalmente riconosciuti come cittadini a tutti gli effetti. Sarà mai possibile?
Stando alle dichiarazioni dell’esecutivo del Myanmar i Rohingya potrebbero sperare in un possibile futuro ritorno nelle loro case. Lo stesso vale per il Nug, il governo clandestino di unità nazionale, che per ora è in grado soltanto di indicare una direzione che non è tra l’altro condivisa da tutti i gruppi della eterogenea resistenza birmana a cominciare dall’Arakan Army, la potente milizia etnica autonomista del Rakhine che attualmente controlla 14 delle 17 municipalità dello Stato da cui sono fuggiti i Rohingya.
Il 15 agosto Naypyidaw ha reso noto di aver verificato 426.545 nominativi su 828.824 trasmessi dal Bangladesh, riconoscendone 308.797 come ex residenti del Rakhine. E aggiungendo che il Myanmar continuerà a cooperare con il Bangladesh per un ritorno volontario dei profughi. Ma c’è un però. Anzi due. Il primo riguarda una precondizione richiesta da Naypyidaw e cioè che il rimpatrio possa avvenire solo quando la situazione di sicurezza nel Rakhine sarà più stabile. Una condizione che equivale a un rinvio. In secondo luogo, la giunta militare golpista non è nuova a queste aperture, l’ultima delle quali si svolge all’interno di un’offensiva diplomatica in cui i golpisti di Naypyidaw cercano di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese, operazione di cosmesi iniziata con elezioni conclusesi a gennaio e considerate valide solo da un pugno di Paesi, tra cui Cina, India e Russia.
La storia recente delle “aperture” birmane è lunga e inizia già nel novembre 2017 quando Myanmar e Bangladesh firmano un accordo sul rimpatrio dei Rohingya fuggiti dopo la crisi dell’estate. Nel 2018 Dacca prepara un primo elenco di oltre 2mila persone: nessuno di loro però vuole tornare, cosa che si ripete nel 2019. Poi nel marzo 2023 una delegazione del Myanmar mette in piedi una missione esplorativa nei campi di Cox’s Bazar per verificare la situazione. Visita che suscita polemiche. Nel 2025 Naypyidaw comunica una lista di 180mila Rohingya, poi saliti a 300mila, considerati eleggibili al ritorno ma la guerra nel Rakhine è solo peggiorata. L’ultimo aggiornamento è del 25 agosto scorso quando l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk rende noto un rapporto che copre il periodo 1 giugno 2025 – 31 maggio 2026.
Il rapporto documenta una comunità nel Rakhine stretta tra due fuochi: documenta i raid aerei dell’esercito (Tatmadaw) che uccidono civili ma anche arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army, che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti per via del fatto che alcuni giovani rifugiati nel Bangladesh sono stati arruolati nel Tatmadaw, teoricamente per difendere gli ormai pochi residenti Rohingya: “Uomini, donne e bambini Rohingya – scrive il rapporto Onu – hanno subito discriminazioni sistematiche da tutte le parti in conflitto, in un clima di totale impunità… Contrariamente alla sua politica dichiarata di governo inclusivo l’AA ha continuato a sottoporre i Rohingya a soprusi, replicando al contempo la politica dell’esercito di negazione dell’identità Rohingya, definendoli «bengalesi».…”. Sulla guerra condotta dal Tatmadaw nel Rakhine: “Fonti credibili hanno riferito che, durante il periodo in esame, l’esercito ha ucciso almeno 191 civili, tra cui 71 donne e 48 bambini. Di questi, 177 sono morti in attacchi aerei. Queste cifre rappresentano una sottostima, a causa delle gravi limitazioni al flusso di informazioni necessarie per verificare le vittime civili, in particolare per quanto riguarda quelle Rohingya”.
Per i rifugiati Rohingya in Bangladesh, insomma, tornare in Myanmar in sicurezza rimane impossibile finché continuano guerra, violenze e persecuzioni da parte dei due attori principali nel conflitto. Posizione ribadita anche dal governo birmano: disponibile a parole a rimpatriare ma non nelle condizioni di farlo. Per ora la speranza di tornare non ha un futuro.
Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana
*Istituto Ispi

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