Prosegue presso la Sala delle Vetrate di Via Ghibellina il cineforum promosso da Quartiere 1 e dal Comitato fiorentino per il Risorgimento.
Il Risorgimento è una pagina della nostra storia scarsamente frequentata o vista con aria distratta quando non con indifferenza e sembra che gli italiani non abbiano l’orgoglio di appartenenza o che abbiano una sorta di orgoglio distorto. Oppure, ma a questo non vorremmo credere, l’unità d’Italia era il desiderio di pochi intellettuali.
Il popolo completamente sottomesso non aveva altra aspirazione se non quella di migliorare le proprie condizioni di sopravvivenza. Il lavoro massacrante nei campi, le malattie, l’analfabetismo diffuso tutto concorreva a far sì che fosse difficile aprirsi a nuove idee; era più facile, anche per paura, accettare lo status quo e continuare a farsi sfruttare, piuttosto che affrontare i fucili dei dominatori.
Il tradimento delle speranze dei meridionali che aspettavano da Garibaldi la divisione delle terre, la fine del latifondismo, una giusta divisione delle risorse, sarà più chiaro nel film Bronte di Florestano Vancini, ma gli episodi di brusco risveglio non mancano certo anche nel film di Pietro Germi Il brigante di Tacca di Lupo, proiettato giovedì 15 aprile.
Garibaldi portava la libertà ai popoli che sapevano di volere solo pane, lavoro, rispetto per loro e per i loro figli, legna per riscaldarsi, il possesso di quelle terre sulle quali finivano la loro vita.
E che non si possa parlare di “orgoglio di appartenenza”lo manifesta non solo quella sorta di guerra civile che contrappone briganti sostenuti dalla popolazione e favorevoli ai Borboni, ai bersaglieri visti dai locali come “nemici” ma soprattutto dall’urlo di ribellione dei bersaglieri che non vogliono morire in una terra e per una terra che non consideravano loro; il compito che il Capitano Giordani deve portare a termine, lo spinge a decidere della sorte dei suoi soldati: non importa se i suoi uomini saranno “carne da macello”, importante è che si lotti per uno Stato Unitario, a qualunque costo.
Il regista Pietro Germi pone l’accento sulle ambiguità del Risorgimento e della Storia in generale, evidenzia il contrasto tra il Capitano Giordani e il Commissario Miceli, più vicino alle abitudini e alla mentalità del Sud, per sottolineare la diversità mentalità con cui venivano affrontati gli eventi che avrebbero portato all’Unità.
Che il bandito Raffa Raffa cada, prima ancora che nelle mani della giustizia, sotto i colpi del marito geloso che deve vendicarsi per l’affronto fatto alla moglie, (deve difendere non la donna, ma il suo onore di maschio) è normale e scontato per i locali, ma quanto comprensibile e condivisibile dalla mentalità del Nord?
Con la trasposizione cinematografica di una novella di Arrigo Boito Senso inizia la collaborazione di Visconti con Suso Cecchi D’Amico, collaborazione che proseguirà fino alla morte del regista; i due hanno scritto insieme da Bellissima a Il Gattopardo, da Rocco e i suoi fratelli a Le notti bianche,fino ad arrivare a Gruppo di famiglia in un interno, a Ludwig, a L’innocente.
Come curiosità per cinefili, ricordiamo che alla sceneggiatura partecipò, in verità con ben scarsi risultati, perfino Tennessee Williams.
Mentre sullo schermo scorrono le immagini delle decorazioni del teatro La Fenice, una Fenice non ancora distrutta e rinata dalle sue ceneri, mentre le note del Trovatore invadono la sala, inizia la vicenda che porterà la contessa Livia Serpieri a tradire i suoi
ideali, in preda ad un innamoramento destinato presto ad essere tradita, prima e schernita poi. In una Venezia deserta e decadente inizia un dramma di passione e morte sullo sfondo della III guerra d’indipendenza.
Dopo i titoli di testa una scritta informa che siamo nel 1866, Manrico canta ‘ di quella pira’ e la macchina da presa con una lunga carrellata sul pubblico ci fa vedere i graduati austriaci in platea e l’aristocrazia veneziana nei palchi…
L’opera continua e quando il coro attacca ‘all’armi all’armi’ piovono i manifestini dei patrioti…
Dal melodramma si passa alla vita reale duelli, scontri, intrighi,passioni, tradimenti, appare chiaro come per Luchino Visconti il melodramma sia l’espressione popolare italiana più idonea per mostrare i sentimenti umani. La musica sottolinea, per tutto il film i sentimenti umani: la Serpieri, traditrice della causa italiana, vaga per i corridoi palladiani al suono della Settima Sinfonia di Bruckner, ma da Malher a Wagner ogni nota sottolinea lo strazio di un innamoramento folle, il pentimento, la decisione di mettere fine a tutto, la ripresa della passione, la fiducia totale accordata a chi non la merita per arrivare poi al tradimento e alla denuncia, atto finale della vendetta.
Le aspirazioni tradite della contessa Serpieri verso un amore totale, rappresentato prima dall’attaccamento alla causa dei patrioti, poi da quello verso il giovane ufficiale austriaco, sono le stesse aspirazioni tradite del Risorgimento che rispecchiano l’Italia del tempo.
Da sottolineare poi che Visconti si sentiva particolarmente vicino alla contessa Serpieri; nella sua degradazione morale vedeva la “sua “ propria degradazione per amore (mentre girava questo film aveva una storia con Zeffirelli, suo aiuto regista con Francesco Rosi) ed è probabilmente questo suo atteggiamento che portò alcuni critici dell’epoca a considerare fredda ed eccessivamente intellettuale questa sua opera. “…una certa freddezza nello splendore dello stile mi impedisce di sentirmi commosso anche col cuore oltre che con la mente… più che partecipare , ammiro…” Andrè Bazin.
Molte e diverse le censure cui fu sottoposto il film, perfino il Ministero della difesa intervenne perchè non si doveva far vedere come era stata respinta la volontà del popolo di partecipare all’insurrezione accanto all’esercito regolare.
Maria Rita Monaco

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