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RIprendiamoci il Mare Nostrum

di Aldo A. Mola | 16 Ottobre 2017

Ottone II di Sassonia, “Imperator Romanorum”, spese la vita per liberare l’Italia dagli islamici. Li cacciò da Taranto, ma fu sconfitto a Capo Cotrone (982). Salvò la vita a stento. Quasi non ne parla  James Bryce  nel poderoso volume “Il Sacro Romano Impero” (un “classico” cresciuto lungo mezzo secolo di studi, tra il 1860 e il 1904), curato da Paolo Mazzeranghi per D’Ettoris Editori. Eppure tanta parte della storia d’Europa è lì: nella lotta millenaria tra Carlomagno e Maometto, come scrisse Henri Pirenne.

Ora, nell’Europa dei trenta denari, Filippo VI di Borbone, Re di Spagna, mostra il ruolo della monarchia costituzionale: il richiamo, pacato e fermo, all’unità nazionale. Come gli altri grandi Paesi europei, la Spagna ha una storia complessa. In gran parte soggiogata dagli islamici dal 711 d.Cr., eliminò l’Emiro di Granada solo nel 1492, l’anno dell’approdo di Cristoforo Colombo in “America”. La “riconquista” cristiana richiese otto secoli. Invece di liberarsi dall’invasore a ovest, la chiesa di Roma, dopo secoli di scandalosa depravazione, promosse spedizioni in Terrasanta, dirottò la Quarta crociata contro l’impero di Bisanzio anziché volgerla alla liberazione dei Luoghi Santi e concorse alla creazione di potentati precari in terre lontane.

Finalmente libera dai “mori”, la Spagna creò l’impero coloniale più ampio e durevole della storia universale, dai Caraibi alle Filippine, dal Messico alla Terra del Fuoco. Durò tre secoli. Quello inglese, tanto decantato, è vissuto meno di cento anni. Da inizio Cinquecento  Carlo I d’Asburgo, sacro romano imperatore e re di Spagna, aggiunse alle Fiandre  e alla “Germania” l’egemonia sull’Italia, da Milano alla Sicilia. I suoi eredi, Filippo V di Borbone e via continuando, ebbero le alterne fortune delle monarchie in un’Europa che contava due soli Stati “nazionali”,  la Francia e la Spagna, caratterizzati da una lingua e da una confessione religiosa prevalente, la cattolica. Neppure questi due paesi erano veramente compatti. Lo si vide in Francia nel 1792-93 quando la Vandea insorse contro la repubblica di Robespierre. Quella guerra fratricida franco-francese superò in orrori ogni altra guerra civile. Il resto dell’Europa era fatto di conglomerati sotto giogo imperiale (gli Asburgo di Vienna, il Sultano di Istanbul, che dominava l’intera penisola balcanica, Bulgaria e Romania con metodi brutali) o di staterelli caleidoscopici, come in “Germania” e in Italia.

Nella Spagna odierna la monarchia costituzionale garantisce il massimo di unità possibile tra regioni diverse come Andalusia e Asturie, Aragona e Galizia, Bilbao e Valencia…, esattamente come fa la corona britannica in Gran Bretagna, divisa non solo tra inglesi, scozzesi e irlandesi, ma tra le varie “genti” dell’Inghilterra. Lo stesso vale per il piccolo Belgio, inventato nel 1830 come “Stato cuscinetto” comprensivo di litigiosi valloni e fiamminghi.

Filippo VI  di Borbone svolge in Spagna il ruolo di Macron in Francia, successore di Napoleone I e di Luigi XIV (perciò ha ricevuto Trump a Versailles e a les Invalides) e di Elisabetta II  a Londra. Il depositario costituzionale della sovranità non ha neppure bisogno di “parlare”:  “parlano”per lui il paesaggio, i monumenti, la vita quotidiana dei cittadini, la miriade di simboli che esprimono il senso di appartenenza a una Comunità, che va oltre ogni particolarismo.

In Spagna la friabile minoranza di una regione periferica e in sé niente affatto compatta, qual è la “Catalogna”, da decenni esaspera il provincialismo, chiede rumorosamente il ritorno a un passato remoto che potrebbe parere fiabesco (o farsesco) se non prospettasse risvolti antistorici e tragici. Unico antidoto alla deflagrazione dei regionalismi estremistici in quel grande e composito Paese è appunto la monarchia costituzionale, richiamo perenne all’unità nella complessità. Lo aveva compreso bene in Italia il mazziniano e garibaldino Giosue Carducci quando dichiarò che l’Italia aveva bisogno vitale di una Forma unitaria, proprio perché arrivava da secoli di frantumazione, tra dominazioni straniere, microstati e repubbliche declinanti, da Genova a Lucca e alla stessa assopita Venezia.

Come ha scritto Domenico Fisichella (Premio Acqui Storia alla carriera: gli viene consegnato il prossimo 21 ottobre all’ “Ariston” della Città termale) la nascita dell’Italia unita ha davvero i requisiti di un “miracolo”. Nel 1859-1860 Vittorio Emanuele II di Savoia, perciò ricordato “Padre della Patria” al Pantheon,  riuscì a fondere insieme i principi della legittimità, della nazionalità e dell’equilibrio internazionale dello Stato che dette forma alla “itala gente da le molte vite”.

L’eredità della monarchia costituzionale, che arriva dallo Statuto di Carlo Alberto, re di Sardegna  (4 marzo 1848), non è affatto terminata con il cambio della forma costituzionale. Essa vive nella Costituzione della repubblica. Il Presidente è “Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (…) Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge (…) Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali (…) Ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa (…) dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere, presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere la grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze…” (art. 87), “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”. La Carta in vigore dal 1° gennaio 1948 ha tradotto in repubblicano lo Statuto albertino, come ripetuto da Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato” (Gangemi). Il Presidente è il Principe costituzionale, custode e vindice della coscienza del Paese. Questa, va detto sin che siamo in tempo, si staglia al di sopra di chi vorrebbe appiccare fuochi di divisione, come è avvenuto con la stolida invezione della “Giornata della memoria per le vittime meridionali del’Unità d’Italia”, deliberata dal Consiglio regionale della Puglia e stigmatizzata dall’Associazione mazziniana italiana, presieduta da Mario  Di Napoli, con parole condivisibli da qualunque cittadino fedele ai destini del Paese, inclusi i fautori della monarchia costituzionale.

A quanti (non facciamo nomi di agitatori in caccia di popolarità, né di chi se ne fa megafono) innalzano nel Mezzogiorno lo stinto vessillo dell’anti-unitarismo va ricordato che Napoli e Palermo furono regni distinti e ripetutamente contrapposti in lotte sanguinose anche quando divennero “Due Sicilie” (per umiliazione di Napoli), mentre le Calabrie e le Puglie (al plurale come le Marche) erano realtà al loro interno profondamente diverse. Prima dell’unificazione nazionale non esistevano strade costiere da Reggio di Calabria a Salerno, né litoranee in Basilicata e sulla costa ionico-adriatica, né carrozzabili interne né, meno ancora, ferrovie. I popoli delle terre già appartenute a Ferdinando di Borbone (IV di Napoli, I delle Due Sicilie) e a suo nipote Ferdinando II cominciarono a conoscersi e ad avere una visione organica dei loro problemi (a cominciare dalla politica estera e dalla difesa) solo dopo l’unificazione nazionale. Perciò tra i fautori del regno d’Italia furono in prima linea meridionali come l’irpino Francesco De Sanctis, docente alla Nunziatella di Napoli, autore dell’appassionato “Discorso ai giovani (ripubblicato da Giuseppe Catenacci)  e della vivida  storia della letteratura italiana, il lucano Giustino Fortunato, Silvio e Beltrando Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini e una moltitudine di patrioti che i Borbone suppliziarono,  incarcerarono, costrinsero all’esilio.  Quei “meridionali” furono anche profeti dell’Italia europea e dell’Europa delle nazioni. Basti, fra i molti, il nome di Gaetano Martino, il ministro degli Esteri che fu artefice precipuo del Trattato di Roma dal quale nel 1957 nacque il Mercato Comune Europeo, non abbastanza ricordato in questo smemorato 2017. Fu il siciliano Francesco Crispi a pronunciare nel 1864 alla Camera le parole famose, “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”: un motto che l’Italia liberale ed europeista odierna (memore di averne usato la Costituzione di Cadice del 1812) può prestare alla Spagna di Filippo VI di Borbone, anche per ribadire il profondo legame tra i due Paesi, impegnati in prima linea nella difesa del Mare Nostrum, consapevoli di quanto poi sia lunga e dolorosa la “reconquista”. Lo sa bene proprio il Mezzogiorno d’ Italia, ove si logorò sino a morirne  il sacro romano imperatore Ottone II di Sassonia, marito della bizantina Teofano, in lotta contro gli invasori islamici. Sognava un Mediterraneo cristiano, la “Renovatio Imperii Romanorum”, proclamata da suo figlio, Ottone III. Un millennio fa. E ora? La frantumazione degli Stati per capricci localistici accelererebbe la disfatta dell’Europa dei trenta denari. L’euro non basta a fare storia. La fecero i sacri romani imperatori, dai Sassoni a Federico II Staufen, che dal Mezzogiorno d’Italia scrutarono con occhi azzurri l’orizzonte della civiltà greco-romana e lo rivendicarono italo-europeo. I monarchi costituzionali e i presidenti di repubblica fondati sul consenso dei cittadini ne sono i continuatori.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, belgio, calabria, chiesa, consenso, costituzione, euro, europa, figlio, forze armate, francia, genova, giovani, gran bretagna, italia, la repubblica, lucca, magistratura, mare, mercato, mercato comune europeo, mezzogiorno, milano, napoli, paesi europei

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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