
Il Teatro del Maggio ha ripreso la sua stagione operistica dal punto in cui l’aveva abbandonata sei mesi fa, causa lockdown, con Rinaldo di Händel, riproposto nella storica regia di Pier Luigi Pizzi, risalente al 1985; ed è stato un grande successo, di fronte ad un pubblico che più numeroso (causa le limitazioni imposte) non avrebbe potuto essere.
Quello di Pizzi è un allestimento che non ha tempo, capace com’è ancora oggi di emozionare e di evocare toni fiabeschi, attraverso macchinari scenici stupefacenti – si pensi alla spelonca del terzo atto – cavalli, imbarcazioni e quant’altro, collocati su piedistalli mobili e continuamente spostati da un nugolo di instancabili figuranti in tuta nera. Senza dimenticare gli sfarzosi costumi, dai colori sgargianti, e gli affascinanti giochi di luci curati dal light designer Massimo Gasparon. Insomma, da un punto di vista estetico un godimento assoluto per la vista e per la sensibilità degli amanti delle regie (e delle scenografie), che riescono con intelligenza a coniugare coerenza teatrale, rigore e bellezza.
La perfezione dello spettacolo non si è esaurita nella parte visiva, poiché sul podio del Maggio figurava Federico Maria Sardelli, che ha saputo imprimere agli orchestrali un’intensa e raffinata espressività, restituendo così la partitura händeliana in tutta la sua coloritura e carica drammatica; ottimo anche il cast dei cantanti, ad iniziare da Raffaele Pe, controtenore dalla voce squillante ed agile nella parte di Rinaldo (magnifica la sua interpretazione nell’aria “Or la tromba in suon festante”), per proseguire con Francesca Aspromonte, un’Almirena delicata ed emozionante, soprattutto nella celebre aria “Lascia che io pianga”, quindi Carmela Remigio, un’Armida intensa ed impetuosa, Leonardo Cortellazzi, un Goffredo solenne e maestoso ed infine Andrea Patucelli, un energico Argante.
Luca Summer

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