
Basta la parola, affermava il noto spot pubblicitario del secolo scorso.
Così, oggi, in politica l’uso della parola “riformista” sembra essere bastevole ad indicare una direzione, incardinata in un presunto filone culturale.
Lo spunto viene da un recente e stimolante dibattito, ben organizzato da Azione a Potenza, in Basilicata, ma il tema è più generale. E’ abbastanza evidente come in Italia il riformismo, da essere semplicemente quello che è, cioè l’approccio gradualista dentro la cultura e il movimento socialista democratico, in antitesi all’opzione rivoluzionaria del socialismo massimalista, sia diventato esso stesso un nuovo filone culturale-ideale.
Dopo l’arresto del protagonismo dei socialisti-riformisti del PSI, con la svolta giustizialista del 1993, il termine riformismo è stato utilizzato un po’ da tutti, da sinistra a destra.
E’ un aggettivo inflazionato e quindi solo per questo destinato a perdere di valore e di significato, anche perchè, diciamo la verità, da solo il termine riformismo di contenuti ne ha davvero pochi.
Il suo utilizzo, in un sistema politico democratico non dovrebbe avere alcun senso per una considerazione molto banale: nessun partito politico immagina un programma di governo e di cambiamento della società attraverso una rivoluzione.
Chi lo usa lo fa per una evidente necessità che è quella di tentare di radicare la propria organizzazione politica dentro un filone culturale, in un sistema di pensiero, un’ideologia moderna che in qualche modo può dare una parvenza di identità, di ragion d’essere di quel determinato partito politico.
Ma non c’è niente da fare, se un partito nasce sul leaderismo, sulle qualità del suo fondatore e non su un’idea, un sistema di valori, una cultura, prima o poi quel partito rivelerà la sua natura, non dissimile da un fungo che nasce dopo un temporale e scompare di li a poco, perchè sopraffatto dall’ecosistema, non appena consumato il suo leader fondatore.
Un fungo e non un albero, è questo il destino del leaderismo italiano e il tentativo di ricercare un riparo nel “RIFORMISMO” un’identità, servirà solamente a resistere qualche attimo in più dopo il temporale.
Che si tratti di fuffa e non di sostanza lo testimoniano i tanti esempi degli ultimi decenni.
Se alla cultura riformista attribuiamo l’azione di chi vuole aiutare i più deboli, con la redistribuzione della ricchezza, di chi spinge per cambiare la società nel senso dell’allargamento delle libertà al maggior numero di persone possibili (cioè quello che da sempre, in tutto il Mondo, si chiama socialismo democratico) non si può giustificare coloro che si dicono riformisti e che poi compiono atti concreti in aperta contraddizione; basti considerare l’ultimo in ordine cronologico, il voto sulla legge delega per la riforma-fiscale che, come tutti sanno, ha come obiettivo principale la riduzione delle tasse, la flat tax, verso un sistema sempre meno progressivo, quindi sempre più diseguale. La legge delega per la riforma fiscale ha avuto il voto (incomprensibile) di Italia Viva e di Azione.
La riduzione delle tasse per sua natura è l’antitesi del pensiero riformista (socialdemocratico) perchè inevitabilmente scarica sui più deboli i costi dello Stato. Ridurre le tasse è tipico di un Governo che tira i remi in barca, che non sa cosa fare con le risorse finanziarie pubbliche e che preferisce acquisire consenso individuale con la manovra più semplice: soddisfare l’individualismo, come il nettare alle api.
Al contrario, la cultura riformista dovrebbe intervenire nel gioco dell’economia utilizzando le risorse fiscali per riequilibrare i rapporti sociali, dovrebbe assumersi la responsabilità dell’uso efficace delle tasse dei cittadini, dovrebbe occuparsi di “allargare la torta da distribuire”, occupandosi, appunto, dell’equa redistribuzione.
Non ridurre la torta (con la riduzione delle tasse), ma allargarla per estenderla a chi fino ad oggi non siede proprio alla tavola o che comunque riceve gli avanzi di chi è troppo sazio.
Il riformista, in natura, è avversario della cultura liberale o conservatrice.
La cultura riformista spinge per il salario minimo, difende la stabilità del lavoro, combatte la precarietà, difende gli strumenti per garantire un reddito minimo per chi non riesce a lavorare, non trasforma il Sistema Sanitario Nazionale in una S.p.A allontanandolo sempre più dai comuni cittadini, riconosce ai cittadini-elettori il diritto di scegliere gli eletti con una legge elettorale che non può mai essere come quella italiana, riconosce il ruolo della politica e non abolisce il finanziamento ai partiti.
Insomma il riformismo vero fa il lavoro più difficile, a volte incompreso nell’immediatezza e per questo spesso penalizzato alle elezioni.
In Italia, per fare l’occhiolino a un elettorato sempre più disorientato, magari ancora affascinato dal decisionismo dei leader socialisti, l’uso e l’abuso continuo della parola riformista ha generato una nuova categoria, priva di autonomo significato.
Un altro attraente fungo che durerà poco più del temporale che, speriamo presto, gli elettori spazzeranno via.
Livio Valvano

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