Ho subìto, nella scoperta della “Testa” di Kasimir Malevich (1878-1935) – scoperta paradossalmente dischiusa da un atteggiamento inizialmente sardonico -, una progressiva fascinazione intellettuale.
Ho subìto, nella scoperta della “Testa” di Kasimir Malevich (1878-1935) – scoperta paradossalmente dischiusa da un atteggiamento inizialmente sardonico -, una progressiva fascinazione intellettuale. Come accade ad un bambino, l’esca che mi ha catturato sono stati i colori. Poi dai colori sono passato alle forme. E dalle forme ai concetti. E’ questo ciò che l’artista ucraino si prefiggeva quando lanciò, tra il 1913 e il 1915, il movimento del Suprematismo, che in qualche modo voleva fare piazza pulita delle apparenze, delle forme proposte dalla natura, per approdare ad un mondo superiore di significati, ad un’espressione senza rappresentazione?
Per quanto possa io comprendere dell’arte, la “Testa” è ancora pienamente in territorio figurativo ma muove percettibilmente verso l’astratto. E’ il titolo stesso, rapportato alla figura, a suggerire questa impressione: la testa si espone quale elemento quasi indipendente dal corpo, solo appoggiata o sostenuta dallo stesso; il corpo, a sua volta, è privato di ogni curvatura, è stilizzato, è indistinto, uniforme, impersonale, potrebbe perfino essere una bottiglia di Amaretto di Saronno su cui si innesta, incombe o pesa un improbabile tappo-testa umana. Lo sfondo, in quanto tale, non riscuote alcun interesse da parte dell’artista, è concepito come un limite, all’unico servizio di accendere – con il giusto colore – l’attenzione sul volto che la testa conchiude. Sul volto e sulla testa si concentrano, d’altronde, le uniche ‘forme di vita’ presenti nell’opera: il pizzo e il naso tricolore, gli occhi vicinissimi còlti in uno sguardo ieratico, la bocca incapace di pronunciare parola e una plastica mascagna a raccogliere il crine, conducono tuttavia il ‘lettore’ al senso dell’assurdità dell’avventura esistenziale: un senso certamente non percorso dal dramma (o, peggio, dalla tragedia) quanto da stralunamento – assieme ad una distaccata, superiore, finissima ironia. Non so come, mi rinviano al montaliano “Meriggiare pallido e assorto”: “Osservare tra frondi il palpitare / lontano di scaglie di mare / mentre si levano tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi. / E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. La “Testa” è come l’io che, nel momento in cui guarda sé stesso, non si ferma ma va oltre (o sopra). Ed è questo andare oltre che, con evidente contraddizione, al contempo prende atto di e costruisce una realtà bizzarra, estranea, altra. Qual’è dunque questa realtà, quella che ci propongono i sensi o quella del pensiero e dei concetti?
L’arte che si libera da fini estetici o di rappresentazione suggerisce un po’ il percorso dell’essere heideggeriano che prima si perde, ‘rovina’ sulle cose e situazioni dell’esistenza, poi torna a sé in un contromovimento dell’inquietudine. Qui l’essere di Malevich è in un certo senso già tornato, dunque è solo con sé e dato da sé stesso, una condizione in cui può trovare appagamento l’ispirazione fondamentale dell’artista. E’ possibile, tuttavia, che l’idea di un’arte che non deve tanto rappresentare immagini quanto produrre significati sia tutt’altra cosa da un’arte fine a sé stessa – cui pure Malevich credo facesse riferimento. Ecco incombere, da ciò, il rischio dell’incartamento. Così, preso dall’incertezza, per non perdermi troppo, ho fatto come il bambino: ho scelto i colori (non proprio quelli giusti) e ho semplicemente riprodotto la ‘cosa’ che ha colpìto la mia fantasia. Senza la cosa, d’altronde, il pensiero sulla cosa sarebbe mai esistito?



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