E’ trascorsa una settimana dalla riunione di Bertinoro, affollata al di là delle più ottimistiche previsioni, mirante alla costituzione di un polo laico dalle radici liberali e socialiste (unificate nell’aggettivo liberalsocialista, tutto da interpretarsi) che possa assurgere a soggetto politico nella nostra Italia che, peraltro, di partiti non difetta; e volutamente solo ora mi appresto a fare qualche riflessione, dopo che le considerazioni emotive arretrano a fronte di più ponderate valutazioni maturate anche alla luce di analisi e comportamenti successivi.
Non a caso ho usato l’espressione due giorni: ognuno di essi ha avuto connotazioni diverse, ed il primo è stato infatti maggiormente caratterizzato dallo spontaneismo di uomini e donne senza interessi particolari, il secondo dal preminente interesse di politici navigati al mantenimento (possibilmente in condizioni di migliore ottimalità) delle proprie briciole di potere. Nel primo giorno i numerosissimi interventi che si sono succeduti, ancorchè regolamentati nella loro successione e nei tempi di durata da una sapiente ed invisibile regia, sono stati per lo più manifestazione di un variegato disagio di uomini e donne, frastornati e delusi sì, ma interpreti degli stati d’animo della società civile e pronti ad entrare nella mischia per un sincero senso di solidarietà sociale; nel secondo giorno la consumata esperienza dei professionisti della politica si è espressa in una guerra di posizioni, supportata da analisi suggestive, ma finalizzate ad un restyling che migliorasse, a fini elettorali e di riflesso di potere, l’immagine dei rispettivi partiti di appartenenza o che consentisse una più vasta aggregazione con possibili nuove cooptazioni risolventisi di fatto in mere fusioni per incorporazione. Nel primo giorno si è assistito ad una onesta denunzia dei mali del paese in buona sostanza ricondotti all’autoreferenzialità della classe politica per i suoi effetti riflessi sul correlato scollamento tra paese legale e paese reale, nel secondo ad una prevalente (anche se non sempre apparente) apologia delle scelte effettuate dai partitini di appartenenza dei rispettivi segretari partecipanti alla tavola rotonda ed a messaggi in codice non facilmente decrittabili di cui il popolo del primo giorno non era (o era solo marginale) destinatario. Nel primo giorno la volontà generale di dare una risposta positiva all’esigenza di novità consentiva l’approvazione di un documento finale di intenti dal tono estremamente generico e non escludente, prodromico ad un’azione politica portata a privilegiare i contenuti rispetto agli schieramenti; nel secondo giorno particolare attenzione negli interventi dei big è stata data, più che ai contenuti, alle modalità espressive dell’azione politica a mezzo della collocazione partitica e delle alleanze di riferimento.
Lungo siffatto crinale l’analisi potrebbe monotonamente continuare, ma non è il caso di andare oltre. Piuttosto, riscontrata la diversità di prospettive avvertite nelle due diverse giornate, è il caso di prendere coscienza che anche le forze politiche ritenute (da tutti o da alcuni, a torto o a ragione) ideologicamente più vicine alle esigenze e alle speranze del paese reale (di cui il popolo di Bertinoro ritengo a ragione vada ritenuto interprete) non hanno inteso assumere comportamenti catartici né hanno manifestato in modo chiaro e leale alcuna volontà di apertura e dialogo; d’altro canto, perché avrebbero dovuto se la consorteria dei partiti sui limiti del consenso democratico e sulle sue modalità di captazione ha realizzato un inossidabile cartello, e se lo stesso consenso espresso comunque non potrà che necessariamente riversarsi su uno dei partecipanti al cartello? Al più potranno modificarsi le aliquote di espressione del consenso elettorale, ma la loro variazione (per la legge dei grandi numeri) non inciderà comunque sulle quote di consenso (o di mercato?) di già grosso modo ripartite, né l’aggregazione di pochi utopici potrà alterarle in modo significativo; anzi, un siffatto processo aggregativo (meglio se realizzato in partiti con sigla diversa) comporterà per loro in positivo una migliore stabilizzazione del sistema di potere per il concomitante effetto dell’apparenza di novità e della reale sterilizzazione di tale apparente novità nelle preesistenti realtà partitiche.
Non credo che tale presa di coscienza sia stata adeguatamente avvertita dal popolo di Bertinoro: non nel primo giorno, quando la carica aggregatrice del movimento perdeva vigore nella ricerca di riferimenti già presenti nello scacchiere politico; non nel secondo giorno, che l’ha visto praticamente assente; non dopo, per la confusione dovuta all’incertezza circa la strada da percorrere, chiara essendo la sua scarsa capacità contrattuale nell’ambito di forze di riferimento disposte ad accoglierlo in una situazione di sostanziale emarginazione. Ed è dovuta a tale stato di cose la percezione che del convegno hanno dato all’esterno i mass media come di manifestazione preordinata alla ricomposizione di una casa socialista unitaria: sicuramente essi sono stati orientati da interessi arguibili, ma una non marginale rilevanza è da ascriversi alla manifestata messianica attesa dell’affermarsi di una forza politica a prevalente composizione socialista, con qualche venatura di liberalismo filtrata attraverso le esperienze politiche di repubblicani, radicali e liberali aggregati al carro.
Così il popolo di Bertinoro, proprio perché collegato alla società civile e per ciò stesso non toccato dalla disistima che coinvolge in maniera generalizzata la classe politica in quanto tale, laddove per la stessa riuscita del progetto avrebbe dovuto affermare la sua centralità ed alterità rispetto al sistema dei partiti ponendosi quale referente per la futura aggregazione, di fatto ha mostrato riluttanza o timore ad assumere un tale ruolo, esprimendo sia pure in modo confuso ed in qualche maniera contraddittorio una subalternità ai soggetti di area socialista già formalizzati e con ciò stesso ponendo le premesse per la sua dissoluzione. Epperò, ad indurre ad una più ponderata riflessione, quasi come deus ex machina, la seconda giornata ha fatto scoprire la nudità del re in precedenza più o meno volutamente ignorata; sì che la sua presa d’atto impone quale imperativo categorico la necessità di una scelta tra l’impegno velleitario, senza prospettive o con prospettive di piccolo cabotaggio nell’ambito dell’esistente e quello sinergico con lo spirito della gente e dei tempi in un soggetto politico a vocazione maggioritaria tutto da creare. So bene che è difficile la scelta di osare; ma so anche che senza osare è più facile che il popolo di Bertinoro (ma non certo chi è in grado o ha la capacità e la forza di strumentalizzarlo) non andrà da nessuna parte.

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