Credo che la lunga transizione politica degli anni cosiddetti della “seconda repubblica” affondi in realtà le radici nella scelta – non completata – verso un sistema politico di rappresentanza democratico-liberale, che fu quella di rovesciare il ventennale regime fascista. A sinistra, l’incompletezza della scelta deriva ancora oggi dalla volontà di far prevalere su tutto la strategia del “compromesso storico”, emersa con l’opzione togliattiana del ’44, confermata da Berlinguer e infine assunta definitivamente dalle due componenti della sinistra “postcomunista” e della sinistra “democristiana” mediante la più recente formazione del Partito Democratico (P.D.). Il dato appare evidente, se rapportato alla semplice analisi svolta da Alfredo Reichlin:
L’opzione politica originaria affonda le radici nella teoria filosofica marxista. Infatti, Marx aveva ricompreso nel termine struttura soltanto quelli che potremmo definire i rapporti materiali, economici e sociali, al cui interno l’uomo vive e lavora. Gli altri tipi di rapporti, ricompresi nella sfera dei rapporti che noi oggi potremmo definire “culturale”, erano considerati invece parte della sovrastruttura, e in essa: le leggi e la morale, le istituzioni giuridiche e religiose, l’arte e la scienza, la stessa politica.
All’indomani della caduta del fascismo, fu certamente naturale e logico per le classi dirigenti dell’allora “nuovo” partito comunista ispirarsi alla teoria marxista ed orientare le proprie scelte politiche in base alla struttura della società italiana del tempo. Scrive sempre Reichlin: “Io penso che noi in fondo dovremmo porci la stessa domanda che si pose Togliatti sbarcando sessant’anni fa in Italia. La domanda era: poteva un partito leninista non a parole, cioè modellato da rivoluzionari di professione e concepito per la lotta clandestina e la presa del potere, essere lo strumento in grado di aprire quella nuova fase della storia italiana e di guidare la democratizzazione di un paese il cui spessore reazionario (la chiesa, il moderatismo, i resti di feudalismo) era così profondo? Di qui l’idea di un partito nuovo in grado di parlare alle grandi masse di allora la cui coscienza oscillava tra la sottomissione servile verso il padrone e l’impulso cieco della rivolta”.
E tuttavia, oggi, non è soltanto la storia del fallimento del comunismo nei paesi dell’est europeo a dimostrare quanto, rispetto alla situazione italiana odierna, sia inadeguata la ripetizione di una similare opzione strutturale (nel senso della teoria marxista). Scrive il filosofo Giuseppe Cantillo:
Occorre pertanto, necessariamente, se si vuole affermare pienamente il paradigma della democrazia, completarne cioè il processo di fondazione, risolvere il nodo di fondo della formazione di un progetto politico che sia davvero “democratico”, culturalmente valido ed efficace.
In particolare a sinistra, direi che necessita ancora una chiara e definitiva presa d’atto dell’avvento dell’era della Tecnica su scala planetaria – il cui fenomeno di globalizzazione, nel senso kantiano del termine, è stato indagato già a partire dai primi anni del Novecento e fino al dis-velamento della sua essenza conseguito nell’analisi filosofica di Emanuele Severino.
Al fine di portare a compimento il processo fondativo della democrazia italiana, se si sia ritenuto che occorra comunque partire dalle condizioni strutturali, sociali ed economiche esistenti, è bene che si sappia anche che necessita parimenti l’elaborazione di un progetto culturale, in quanto elemento anch’esso di tipo strutturale e non più sovrastrutturale della società.
Non ci si lasci ingannare dalle apparenti litigiosità, che quotidianamente rimbalzano attraverso la cronaca giornalistica, in materia di diritti (etici) della persona. La società già da tempo, come fu per la scelta del divorzio e dell’aborto, com-prende, laddove non condivide, le libere scelte di coloro che in vario modo riescono a sottrarsi alla disciplina ed agli usi costrittivi della legislazione italiana vigente in materia. E, in tal senso, è del tutto evidente che gli episodi si moltiplicano, giorno dopo giorno, sempre di più.
Ma un progetto culturale è certamente anche altro, e sottolineo quell’anche! Dice bene Emanuele Macaluso, quando evidenzia che “occorre quindi riprendere i temi che sono nel Dna del socialismo: la scuola, la ricerca scientifica, la giustizia, i diritti civili, le pari opportunità per donne e uomini, per accedere alle carriere più ambite, la riforma dello stato e dei suoi apparati per renderli efficienti e al servizio dei cittadini, la sanità pubblica, il lavoro e la previdenza nel quadro di una riforma del welfare che guardi ai giovani e al domani” (Al capolinea, contro storia del Partito Democratico). In breve: un progetto culturale per il presente e il futuro del Paese!
Angelo Giubileo (da www.leragioni.it)

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