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GELMINI: RIFORMETTA DA ITALIETTA

Pensare che il nostro sistema scolastico mantenga una sua superiorità, perché conserviamo i licei della durata di cinque anni è una scelta non solo miope e provinciale, ma profondamente ingiusta. di Giuseppe Nigro

di Giuseppe Nigro | 8 Febbraio 2010

Ho l’impressione che i regolamenti emanati dal consiglio dei ministri per il riassetto della scuola secondaria, dopo lo strepito iniziale provocato dai lanci mediatici, cadranno nel dimenticatoio. Non c’è niente di epocale in quello che è stato varato.

In Europa i giovani fuoriescono dal sistema scolastico, per accedere all’università, a 18 anni, mentre in Italia studentesse e studenti termineranno, nonostante la conclamata riforma, a 19 anni. Sotto il profilo della durata degli studi non vi è quindi alcuna novità. Prima il centrosinistra e oggi il PdL si sono piegati ai conservatorismi della scuola, della società e non ultimo dell’amministrazione centrale del ministero. Terminare gli studi a 18 anni non era e non è soltanto una questione di convergenza di politiche scolastiche, è notorio, che l’Unione Europea ha massimo rispetto delle specificità dei sistemi d’istruzione nazionale, ma è la vera leva per il riassetto strutturale del sistema d’istruzione, almeno per due ordini di motivi.
In prima istanza, pensare che il nostro sistema scolastico mantenga una sua superiorità, perché conserviamo i licei della durata di cinque anni è una scelta non solo miope e provinciale, ma profondamente ingiusta, poiché penalizza i nostri giovani che arrivano sul mercato del lavoro con un anno di ritardo rispetto ai loro coetanei europei ed americani. In seconda istanza, questo modello non indurrà mai a cambiamenti reali nel modo di fare scuola, indispensabile per introdurre qualche elemento di innovazione che dia un minimo di senso a nuove improcrastinabili scelte pedagogiche.
Gli aggiustamenti orari spacciati come riforma sono del tutto inadeguati per modificare l’attuale modalità d’insegnamento e di conseguenza migliorare i risultati di apprendimento degli studenti.
Nonostante, il Regolamento dell’autonomi scolastica (DPR 275/1999), rari sono gli esempi di reale innovazione metodologica nei processi d’insegnamento, che a tutt’oggi, si fondano prevalentemente su meccanismi trasmissivi frontali, legati ai modelli rigidi del quadro orario settimanale e del gruppo classe. Del resto i tentativi di introdurre insegnamenti modulari, in assenza di una organizzazione flessibile dell’orario scolastico sono miseramente falliti.
Le scelte, pur condivisibili di ridare certezza e serietà alla valutazione ,in un contesto privo di coerenza fra norme e organizzazione scolastica producono confusione e frustrazione, senza per questo introdurre modelli professionali credibili.
Non è da trascurare in questo scenario la mancanza di investimenti nelle strutture scolastiche che rimangono, in buona sostanza, legate a modelli di edilizia carceraria: lunghi corridoi su cui si aprono le porte di aule, non sempre a norma, per non parlare delle strumentazioni a disposizione degli insegnanti. Rara una scuola cablata, raro un sistema wifi, etc.
Fra le misure adottate dal Consiglio dei Ministri, si prevede di premiare la professionalità docente. È un aspetto trascurato dai media e anche dai commentatori specializzati, eppure è forse la sola questione di un certo interesse, perché si dovrebbero attribuire ai docenti meglio attrezzati professionalmente ben 7.000 euro in più all’anno. Su quest’ultimo aspetto si gioca gran parte della possibilità di un reale successo di quella che impropriamente viene definita riforma. Gli insegnanti sono ridotti in quella condizione triste, ancorché esilarante, assurta alle cronache, grazie al comico Antonio Albanese che, nella rappresentazione dell’inesistente Prof. Duccio Troller della trasmissione “Che tempo che fa”, restituisce l’immagine di un professionista annichilito e straniato.
Gli insegnanti e i loro potenti sindacati, sempre contrari, hanno saputo fino ad oggi, soltanto chiedere il rinvio di un anno dei regolamenti che per altro saranno applicati con grande prudenza, visto che saranno estesi con gradualità a partire dalla prima classe nel prossimo anno scolastico 2010/2011.
È noto che qualsiasi dirigenza, intenzionata a rilanciare la propria organizzazione, cura con attenzione le risorse umane e professionali di cui dispone. Anche le riforme meglio pensate, dalla ingegnerizzazione ideale sono destinate a fallire in queste condizioni.
Per concludere due ricordi: uno molto lontano e uno vicino. Il primo riguarda un episodio degli inizi degli anni Ottanta: un giovane studente, figlio di emigrati italiani rientrati da Ginevra, alla mia domanda quale fosse la differenza maggiore fra l’organizzazione degli studi fino ad allora frequentata e quella in cui era appena entrato, mi rispose che a Ginevra erano gli studenti al cambio delle ore a cercare le aule (laboratorio) in cui i docenti tenevano lezione, mentre in Italia erano i docenti che ad ogni cambio giravano per la scuola.
A un professore del Politecnico di Milano, con cui ho recentemente avuto occasione di dialogare a proposito di innovazione della pubblica amministrazione, chiesi quali fosse il ministero più problematico in cui introdurre innovazione, non ebbe dubbi: il Ministero dell’Istruzione Pubblica.
Quali politiche pubbliche si sia voluto perseguire, quali gli attori protagonisti della vicenda difendere oppure premiare, quali gli interessi in campo è in parte comprensibile, ma per una analisi pertinente bisognerà analizzare più attentamente i regolamenti emanati, al di là delle retoriche affermazioni sul riformismo, ormai svuotato di significato semantico, del ministro Maria Stella Gelmini.

Giuseppe Nigro (da www.leragioni.it)

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Nigro

Segretario Federazione Varese PSI

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    11 Febbraio 2010 alle 08:48

    Senza dimenticare l’integrazione delle tecnologie avanzate dei diversi indirizzi grazie alla nuova materia che sarà d’obbligo a breve in tutti i licei con giardinetto: l’insegnamento accelerato dell’uso dell’aratro.

    Rispondi

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