
Come tutti saprete, ieri Regno Unito, Australia, Canada e Portogallo hanno annunciato il riconoscimento unilaterale dello “Stato di Palestina”. Annuncio coordinato, titoli facili, fondamenta inesistenti sul terreno.
Ora, chiamare “Stato” una idea, quando non esistono confini definiti, un governo unico e un monopolio legittimo della forza è un trucco di scena, non politica estera. In Cisgiordania c’è un’Autorità stanca e senza trazione; a Gaza comanda un gruppo armato. Firmare un riconoscimento in questo quadro non accende la pace: accende i riflettori sulla scena sbagliata.
Uno Stato non è un hashtag o una sparata per i giornali sempre alla ricerca di qualcosa da scrivere; è territorio controllato, istituzioni che funzionano, tribunali che valgono, forze dell’ordine che rispondono a un’unica catena di comando. Se questi pezzi mancano, il “riconoscimento” è carta lucida su un muro crepato. Bello in foto, pericoloso nella vita vera. E manda un segnale storto: sembra una pacca sulla spalla a chi campa di conflitto più che un incoraggiamento a chi prova davvero a costruire istituzioni.
In molti si celano dietro il classico “Serve per sbloccare i due Stati.” No: i gesti, senza fondamenta, non sbloccano nulla. Servono, nell’ordine, un’autorità palestinese unificata e responsabile, un disarmo reale che tolga il joystick ai miliziani, confini negoziati e garantiti. Senza questo, inauguri una casa senza fondamenta: il giorno del nastro si brinda, quello dopo si contano le crepe.
La posizione di Israele è lineare. Non è espansionismo: è assenza totale di garanzie. Qualsiasi Stato autodeterminato ha il dovere di proteggere l’integrità del proprio popolo. Se davanti non c’è un interlocutore unico, disarmato e responsabile, con confini condivisi e meccanismi di sicurezza credibili, quel “presunto Stato palestinese” non vedrà la luce. Chiedere a Israele di firmare sulla fiducia mentre restano razzi, tunnel e indottrinamento armato non è coraggio diplomatico: è incoscienza verso i propri cittadini.
C’è poi un rischio più grande. Un riconoscimento unilaterale, simbolico e superficiale, privo di basi giuridiche solide e di impegni verificabili, diventa carburante per il fondamentalismo islamico, che in quell’area trova regia e mandante a Teheran. Se premi l’atto politico senza cambiare la realtà sul terreno, regali agli estremisti la narrazione perfetta: “si vince con la pressione e le armi”. È l’opposto di una pace proficua e duratura.
Il paradosso morale resta lì, nudo. Come spieghi a chi vive sotto tiro che la risposta è promuovere a “Stato” un’entità che non controlla chi spara? E come lo spieghi al palestinese non radicale che chiede normalità e diritti, quando sul terreno comandano i kalashnikov? Non è lungimiranza, è estetica. E l’estetica, in guerra, fa danni.
La sostanza è questa: chi vuole davvero i due Stati non distribuisce attestati. Pretende condizioni reali. Unità politica, disarmo dei gruppi armati, confini chiari, sicurezza garantita. Prima le fondamenta, poi la targa. Altrimenti non è diplomazia: è travestimento che confonde i moderati, premia il rumore e lascia il campo ai professionisti del caos. Quando la scenografia crolla, sotto non c’è il futuro: c’è solo polvere.
Piero Terracina

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