
Lo sentite questo silenzio complice? È il silenzio dell’Occidente che si volta dall’altra parte mentre il Medio Oriente brucia di un livore antico, mai domato. Ora la polveriera è esplosa di nuovo, con una ferocia geometrica e implacabile. Gli Houthi e l’Arabia Saudita si stanno scambiando attacchi incrociati, una pioggia di missili e droni che squarcia il cielo del deserto e riduce in cenere ogni parvenza di diplomazia.
Ma la vera svolta, quella che fa tremare le vene e i polsi, arriva da est. Il Pakistan ha deciso di inviare le sue truppe a sostegno di Riad. Non è una semplice mossa strategica. È un posizionamento ideologico e militare pesante come un macigno, che ridisegna i confini della tensione geopolitica globale. Il Pakistan, l’unica potenza nucleare del mondo islamico, scende in campo ufficialmente per fare da scudo ai custodi della Mecca, saldando un’alleanza di ferro con la dinastia saudita.
Questa non è una scaramuccia di confine. Questa è la manifestazione plastica di un conflitto teologico e politico che si trascina da secoli, dove i corpi degli uomini diventano carne da cannone per ambizioni dinastiche e fanatismi incrollabili. Da un lato i ribelli Houthi, arroccati sulle montagne dello Yemen, armati fino ai denti e determinati a colpire il cuore produttivo e civile del gigante saudita. Dall’altro, la superpotenza del petrolio che risponde colpo su colpo, elicottero su elicottero, bomba su bomba. E in mezzo, un Pakistan che decide che non è più il momento di guardare, ma di combattere.
Mentre le cancellerie europee balbettano formule vuote e firmano petizioni inutili, sul terreno si scrive la storia con il sangue. Riad chiama, Islamabad risponde. E noi restiamo qui, spettatori miopi di una guerra che non vuole finire e che, prima o poi, busserà anche alle nostre porte.
Giuseppe Basilico

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