Articolo 18, andata e (forse) ritorno. Probabilmente non se ne farà nulla almeno in questo fine legislatura, in cui tutto è strumentale, come la parallela questione pensioni, con due sindacati che preferiscono portar a casa subito risultati concreti e il terzo che la butta in politica. Ma la riedizione di questo “rieccolo!” è già di per sè stupefacente, una Fenice che rinasce dopo onorata sepoltura. Per la sinistra tradizionale, uno scalpo del PD da esibire in cambio di un’ardita riunificazione di ex amici e compagni, lasciatisi con molto rancore, e oggi spinti dal Rosatellum a tentare riconciliazioni come minimo malmostose.
Un fatto è certo, e cioè che questo articolo del fu Statuto dei Lavoratori (Brodolini, 1970) continua a svolgere la sua funzione simbolica, l’unica che ha davvero esercitato in quasi mezzo secolo di vita.
Perché, nella sostanza, non ha poi cambiato più di tanto il mondo del lavoro. Né quando era in vigore, e ben pochi erano i casi di ricorso a questo strumento, né ora che è stato abrogato e non risulta che la sua sparizione abbia prodotto flagelli sociali. Un simbolo, un totem, questo si. Visto in prospettiva storica, aveva forse solo il valore di chiudere con un passato di ombre, quello dei licenziamenti politici, dei sindacati gialli, delle aziende che eliminavano le teste calde (che poi erano semplicemente degli iscritti al PCI o alla Fiom) ma anche delle repubbliche autonome che si annidavano nelle mega fabbriche. Quando, a Mirafiori, in certi capannoni, fiorivano mercatini e supermercati, prostituzione e cellule delle future BR.
L’esistenza dell’art. 18 ha comunque aiutato un sistema ad autoregolarsi, perché alla fine si è riusciti a distinguere tra odiose discriminazioni e oggettive situazioni di necessaria ristrutturazione del personale per ragioni economiche e di mercato, che sono oggi regolamentate in modo più equilibrato, migliorabile ma senza traumi.
Diverso è il contrasto politico sul jobs act, che è un provvedimento più ampio ed ambizioso, arrivato subito dopo quello molto fortunato di Obama, rubandogli anche il nome, ma tanti anni dopo le simili misure del socialista tedesco Schroder che all’inizio del secolo strapparono la Germania dalla recessione, con la mano forte di un ministro di estrazione “padronale” che era più un Romiti che un Marchionne. Con Renzi, comunque, più lesto dei francesi, che solo ora, con Macron, hanno avviato il loro jobs act.
Questa legge è stata comunque una svolta, in sintonia se mai ancora insufficiente con un lavoro che cambia con velocità impressionante: la prospettiva del 45% dei lavori di oggi che non ci saranno più domani, la necessità di gestire la sfida inesorabile della robotizzazione, l’inadeguatezza del nostro sistema scolastico già oggi rispetto alla domanda di lavoro, il numero troppo basso di laureati e soprattutto meno preparati e competenti (26° posto su 29 della classifica OCSE). Il problema vero del lavoro essendo proprio la difficoltà di reperire giovani talenti, altro che articolo 18, rudere novecentesco.
Nel settore dell’automazione, tra i più brillanti in Italia, con crescite impressionanti, l’industria delle macchine del packaging ha denunciato l’altro ieri la difficoltà di agganciare la sfida dell’industria 4.0, la più importante realizzazione dei governi Renzi e Gentiloni. Non ci sono tecnici ed ingegneri con le competenze meccaniche, informatiche, elettroniche richieste, e gli imprenditori del settore ci mettono 200 giorni per assumere l’ingegnere giusto, di cui hanno bisogno in 75.
E quanto le rigidità siano anacronistiche lo dimostra il fatto che questo contratto, dal 7° livello in su, lascia liberi gli orari di lavoro, con il solo vincolo delle 40 ore settimanali. Lo vogliono i giovani, respingendo orari fissi e gerarchie, ma non piace ai sindacati.
Tutto questo, in un’ottica antica, verrebbe chiamato precarietà, ma il lavoro flessibile è il compagno di strada della nuova epoca e, senza toccare i diritti, occorre saperlo. L’esperienza jobs act ha dimostrato che gli incentivi a spese dello Stato contano (senza però drogare il mercato), ma il lavoro non si crea per decreto.
Nessuno assume o licenzia perché c’è, o non c’è, l’articolo 18. Assume se c’è mercato, e se l’assunzione corrisponde ad una necessità.
Siamo ormai ben dentro l’era dei robot. All’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Bergamo, il direttore dell’Istituto di Tecnologia di Genova, Cingolani, ha interagito con uno di essi spiegando che non è bravo quanto un essere umano, ma in tante cose può già sostituirlo.
Per ora, insomma, è lui, il robottino, ad essere un passo indietro, un po’ come certe leggi degli anni 70. Ma crescerà, e potrà portar via posti di lavoro anziché crearne, se le nostre regole si ispireranno solo alla nostalgia.
Beppe Facchetti

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