Il fenomeno più importante da osservare in questa fase è lo scollamento tra centro e periferia PD, con il presidente del Consiglio forte e il segretario del PD debole.
C’è la solita agitazione, nel quadro politico, ma non chiarezza di orizzonti, e anzi le contraddizioni crescono. Il Governo sembra un monolite solido, senza veri avversari, ma gli appuntamenti elettorali di primavera fanno pronosticare disfatte. Incertezze a Milano, ballottaggio a Torino e Bologna, presagi oscuri a Napoli, Palermo e Genova. Sempre sperando che non cadano Sicilia e Campania. Per il Campidoglio, il successo grillino è dato addirittura per scontato, nonostante Grillo – aggredendo le legioni romane di impiegati pubblici e persino Francesco Totti – si sia speso in prima persona per evitare questa prospettiva che chiaramente lo spaventa. Un grillino pescato a caso che guida Roma: ma siamo matti?
Eppure la deriva generale sembrerebbe solo aiutare il segretario PD, che può allargarsi al centro, aiutato dalla fuga a destra verso Salvini e a sinistra di un Fassina cui i disastri di Varoufakis non hanno insegnato niente.
Gli eventi di Bologna e del Teatro Quirino hanno allargato le contraddizioni utili a Renzi, con un palco a Roma di leader noti solo agli addetti ai lavori, e a Bologna invece di leader talmente conosciuti da essere reciprocamente imbarazzanti (Berlusconi per i fischiatori di Piazza Maggiore e Salvini per il partito sedicente moderato).
Ma il fenomeno più importante da osservare in questa fase è lo scollamento tra centro e periferia PD, con il presidente del Consiglio forte e il segretario del PD debole.
Renzi sta assorbendo tutto il gruppo dirigente costruito in Parlamento dalla Ditta, con traslochi stupefacenti (uno su tutti: lo zelante Orfini, dopo una vita modellata su d’Alema, persino nei cioè) o con comportamenti che nella vecchia DC, con eleganza dorotea, si definivano pontieri, e non salti della quaglia.
Ma in periferia si fa fatica a trovare candidati di chiara condivisione politica renziana, e si può persino coltivare l’illusione di un futuro per la neonata Sinistra Italiana (pur senza Civati, che i riflettori non li condivide mai).
Ora, intendiamoci: uno spazio politico a sinistra del PD obiettivamente c’è e anche potenzialmente largo, e non solo perché Renzi sembra faccia apposta nel crearlo, vedi l’amicizia con Verdini, il contante a gogò e persino il Ponte di Messina. C’è comunque li una storia antica rispettabile, anche se appunto guarda al passato e comunque non è di governo. Resiste un sentimento radicato, oscillante tra il romanticismo individuale e l’utopia rivoluzionaria di gruppo, generazionale o ideologica, comunque fortemente antagonistica. Tracce sparse dentro il PD e fuori, anche tra quelli che considerano il grillismo un fenomeno di sinistra anziché populista, solo perché affascinati dal suo essere “contro”. La crisi economica aiuta il pessimismo, e dire No euro, anche se si è stati economisti al Fondo Monetario, fa fino.
Ma è appunto una sinistra che soffre il governo come il luogo del “grigio” riformismo, della dura realtà che nessun corteo a bandiere spiegate potrà mai razionalizzare.
Ma se questo mondo può avere legittimamente un suo spazio (legge elettorale permettendo, e l’Italicum permette solo vendette autolesionistiche al ballottaggio), il problema vero è che la nuova sinistra di governo, non si è ancora radicata fino in fondo nella sua area.
Tant’è che certe candidature per le elezioni di primavera segnalano – in contraddizione con la linea tutta politicista di Renzi – la ricerca di personaggi “tecnici”, la cui stagione sembrava completamente tramontata con Mario Monti.
E così scatta la santificazione un po’ eccessiva di un Sala, il rampantismo di Marchini, persino il ruolo salvifico di Prefetti come Gabrielli che irrideva un Marino pur eletto dal popolo, prefetti che le leggi renziane vorrebbero peraltro mandare a casa…. E’ un’altra delle contraddizioni del momento, questa rincorsa a profili non di partito nell’era del ritorno della politica. Quella stessa che mette in riga il presidente dell’INPS e licenzia i commissari alla spending revew, perché (giustamente, a nostro parere) un conto è la consulenza e un conto è la responsabilità istituzionale di decidere.
Qui insomma si fa la nobilitate di Renzi, il cui dinamismo sorvola i continenti, ma inciampa a Salerno e Messina.

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