Avremo manifestazioni meteo certamente non standard, dicono climatologi e studiosi, se non abbassiamo le immissioni “cattive” nell’atmosfera.
Quando l’acqua sommergerà la nostra casetta al mare o in riva al fiume sarà tardi. Magari succederà nel 2098 o nel 2115 e molti di noi non ci saranno ma, a naso, ci sarà pur sempre qualcuno, anche di nostra discendenza. Ricordare che venticinque, 50, o settanta anni prima qualcuno al telegiornale o su un sito ci aveva scritto “Se cinque metri vi sembran pochi” -fate un po’ voi i vostri conti- sarà del tutto inutile.
Cambiamenti climatici, riscaldamento dell’atmosfera e CO2 in quantità da saldi di fine stagione ci stanno ammonendo che nel giro di 80 cento anni, o forse meno o forse più, avremo l’acqua in casa, per chi sta sulle coste, avremo manifestazioni meteo certamente non standard, dicono climatologi e studiosi, se non abbassiamo le immissioni “cattive” nell’atmosfera.
Giusto pensare alla genomica e alla robotica, giusto pensare alla manifattura e all’olio, che se non è extravergine di oliva non lo puoi vendere come se lo fosse, giusto pensare ovviamente a come conservare meglio tetti e capitelli, marmi e stucchi ma non abbiamo ancora idea di come si potrà vendicare il clima con una manciata di gradi (centigradi) in più.
Chiedete a qualche cinese come si respira in quella provincia annegata nella nebbia di smog, o se si vedono tra loro a dieci metri di distanza. Chiedete agli abitanti di Messina come si sta senza acqua potabile da venti giorni. Chiedete agli abitanti di certi quartieri di Olbia, Genova o di paesi delle Marche e del grossetano come stanno con la minaccia dell’acqua in casa quasi ad ogni temporale. Intanto noi smogghiamo senza ritegno.
Scarichiamo nel cielo di tutto. Provate ad immaginare un cielo da “Day after”: con i numeri e le proiezioni che ci forniscono studi e scienziati quel panorama grigio opaco immaginato nei film, fra un po’ di lustri, toccherà ai nostri bis nipoti o nipoti dei bisnipoti, se non facciamo qualcosa.
Cerchi di correre ai ripari quando i dati sono fuori controllo. O quando le situazioni sono più incandescenti e non riesci nemmeno a toccarle. Diciamola così: se abbiamo al massimo circa dieci anni di tempo, come ci dicono studi internazionali, per invertire o bloccare le tendenze, bisogna cominciare a far qualcosa domani, non l’anno prossimo. Cerchi di invertire una tendenza quando la tendenza magari ha già scavallato la soglia di non ritorno? Primato della scienza di denuncia o primato della politica che dimentica? Cassandre in libertà o politiche lontane dai fenomeni del mal-ambiente e dagli effettivi bisogni?
In vista della conferenza mondiale sul clima di Parigi, che parte il 30 novembre, saremo alluvionati da numeri dei disastri annunciati e da fotografie ri-costruite per simulare come andrà sottacqua un ponte a Londra o come sarà invasa dall’acqua una città degli Usa o della Spagna Poi dopo qualche settimana torneremmo alle nostre tasse, ai nostri problemi catastali, ai nostri esodi d’autostrada di provincia e il signor CO2 sarà un ricordo parigino. Di disastri annunziati e di noi che dimentichiamo. Il vero disastro è dimenticare o far dimenticare.
Pensierino finale: Ci allarghiamo come se il mondo fosse tutto nostro, consumiamo come se acqua e aria fossero infinite. Senza capire che così consumiamo noi medesimi.

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