Per il sindaco di Firenze, l’ex leader inglese può essere un modello. Ma questo forse non vale anche per il suo partito.

Hanno così espresso apprezzamento nei suoi confronti, naturalmente in tempi diversi, berlusconiani e antiberlusconiani, sostenitori dell’inciucio e nostalgici dell’alternativa, neolaburisti e neoliberisti, esponenti politici da rottamare e rottamatori in s.p.e. Una anzi molteplici “convergenze parallele” che possono alimentare le aspettative più entusiaste di chi vede nel sindaco di Firenze una sorta di predestinato salvatore della patria “pidiina”; ma anche i sospetti più profondi nei confronti di una figura la cui sfavillante poliedricità non sarebbe che la mascheratura di un sostanziale vuoto.
Pure, in questa confusione, reale o percepita che sia, ci sono due fari che ci possono illuminare; il richiamo al partito democratico americano e quello a Tony Blair. Illuminazioni esaltanti per i revisionisti d’ogni ordine e grado; anatema per la sinistra dura e pura; motivo di curiosità per i non allineati come noi. Insomma per quanti sentono il bisogno di capire il valore di questi due riferimenti e soprattutto, come dire, la loro funzionalità politica nell’Italia di oggi.
Da questo punto di vista il modello di partito targato Usa non è affatto scandaloso. Anzi. A cominciare dal fatto che il suo insediamento (o blocco) sociale è assai più articolato e “di sinistra” del nostro, comprendendo classe operaia organizzata, minoranze etniche, borghesia “liberal” e giovani. Il fatto è, però, che questo blocco, socialmente e demograficamente maggioritario, non è acquisito in partenza nella sua adesione e soprattutto nella sua partecipazione al voto. E ha quindi bisogno di essere di volta in volta mobilitato da un leader; portatore non tanto di un programma di governo quanto di una visione della società.
Un leader, ecco il punto. Per ricordare il fatto che il partito americano esiste e si esprime in funzione di una persona candidata ad un ruolo pubblico; che sia la presidenza oppure l’ufficio di sceriffo e/o procuratore in qualche zona sperduta degli Stati Uniti. E, allora, reti di interessi e di lobby (anche “buone”) collegate con le realtà locali; e una dimensione nazionale che si manifesta appieno solo in occasione delle primarie per l’elezione del Presidente.
Un modello “di destra”? Nient’affatto. Non necessariamente. E, almeno nel caso italiano, un modello a cui non si contrappone più quello del “partito guida” del primo trentennio repubblicano, oramai definitivamente tramontato. E nemmeno quello “redistributivo” cancellato dalla crisi economica. Semmai quello di raccolta e di potere ora vigente; ai lettori stabilire quale sia il meno peggio. Nell’attesa, un po’ scettica, di vedere all’opera il modello propugnati da Barca.
E, allora, le nostre perplessità nascono, semmai, dal richiamo a Blair. E non parliamo del cantore di fantomatiche “terze vie”. O dell’“interventista democratico” fautore della guerra in Iraq. Perché, da questo punto di vista, il Pds-Pd, al di là di ogni considerazione di merito, non ha nulla, ma proprio nulla da imparare.
Di là, appunto, la terza via, con il relativo superamento del socialismo e l’intervento in Iraq. Di qua, l’Ulivo mondiale, il superamento, ancora, non solo del socialismo, ma anche della sinistra e gli interventi militari nella ex Jugoslavia. A prescindere, ancora, da ogni considerazione di merito è chiaro che, per il Pd di oggi, la scoperta di Blair equivale alla scoperta dell’ombrello.
Forse occorrerebbe spiegare tutto questo a Renzi. Per aggiungere che, semmai, più che arrivare a Blair occorrerebbe partire da lui per evitare di ripetere i suoi errori. Errori che non hanno niente a che fare con l’ideologia perché toccano la percezione della realtà.
Per chiarire i termini della questione, va ricordato che l’esperienza laburista, dalla fine del secolo scorso al primo decennio di questo, non ha avuto nulla a che fare con i modelli reaganiani e thatcheriani (anche perché ha avuto al suo centro un forte aumento della spesa pubblica nella scuola e nella sanità) senza però contestarne le premesse di fondo. Questo per dire che, nella sintesi blairiana, si accetta la logica della globalizzazione come in sé positiva. Così come è in sé positivo il libero dispiegarsi dei meccanismi capitalistici; salvo a ridistribuirne i benefici a favore della generalità dei cittadini.
Insomma, un nuovo compromesso tra democrazia e capitalismo, a imitazione di quello avviato negli anni trenta con la costruzione dello stato sociale e le politiche keynesiane.
Propositi più che lodevoli. Ma viziati, nei fatti, da un clamoroso errore di valutazione, perché il capitalismo finanziarizzato e ormai privo di vincoli non sembra, in Inghilterra come in Italia, intenzionato ad accettare nuovi patti con la democrazia, tanto più se proposti all’interno degli stati nazionali.
Per Renzi e i suoi emuli, un elemento di riflessione, ma a ben vedere anche per i suoi contestatori …

Allora Renzi riporterebbe l’Italia agli anni novanta, un provaci ancora Sam per rstirpare Berludconi a posteriori. Ma si cade nella fantapolitica per non ammettere che Renxi politicamente e’nato vecchio.