Le recenti politiche europee di austerità hanno certo contribuito a ridurre i consumi e l’occupazione; ma rimane l’esigenza di mantenere una politica di rigore in modo da rendere efficace una politica, necessaria, d’investimenti produttivi.

Ma, lo si è detto più volte, si tratta della peggiore crisi di lungo periodo a partire dal secondo dopoguerra. La crisi, di assoluto rilievo internazionale, e di cui spesso abbiamo parlato anche sulle colonne di questa rivista, è quindi una crisi non tanto di consumi, o potremmo con approssimazione dire anche di liquidità, quanto piuttosto di produzione. Sì che questa definizione vale a maggior ragione per la situazione della nostra economia nazionale.
Le recenti politiche europee di austerità hanno di certo contribuito a ridurre in generale i consumi e l’occupazione; ma rimane l’esigenza di mantenere una politica di rigore in modo da rendere efficace una politica, necessaria, d’investimenti produttivi. Che, essenzialmente, è quella che serve sia a noi che all’Europa. Infatti, non è assolutamente auspicabile un ritorno della politica a bad practices che in definitiva hanno prodotto un grave dissesto dei conti pubblici. E pertanto, i vincoli europei di debito pubblico e di deficit nazionali permangono esigenze imprescindibili.
Tanto premesso, si ripropone periodicamente la questione degli aiuti europei all’Italia. Anche di recente, circa un mese fa, quando ancora non si nutrivano certezze sulla formazione di un nuovo governo, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha ribadito a gran voce: Niente aiuti all’Italia senza le riforme!
Evidentemente, quelle riforme che la Bce aveva chiesto, subito al governo Berlusconi nella lettera del 5 agosto 2011, poi al premier Monti, e infine, ancora oggi reclama al nuovo premier Letta. Rispetto alle indicazioni di allora, il lavoro sappiamo che è stato svolto in parte, tanto che ancora molto resterebbe da fare. Di seguito, pro memoria, basti questo rapidissimo elenco:
- piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali
- stesura di accordi salariali e occupazionali a livello di singola impresa
- facilitare l’assunzione di lavoratori, stabilendo soprattutto un nuovo sistema di politiche attive per l’occupazione
- implementare la riduzione dei costi del pubblico impiego
- implementare il controllo sulle pratiche di assunzione dell’indebitamento, anche commerciale, e soprattutto ridurre le spese degli enti regionali e locali
E’ dunque da qui che il nuovo governo dell’Italia deve ripartire. Si può discutere sulle misure da adottare, ma le finalità restano quelle indicate. E questo, perché deve essere chiaro a tutti che:
a) non esiste ripresa dell’economia nazionale al di fuori di un quadro di stabilità europea
b) una ripresa stabile e duratura è possibile solo mediante politiche d’investimento finanziate prioritariamente da una riduzione della spesa pubblica (anche mediante la riduzione della tassazione).

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