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Renzi: a quando una strategia?

Potrebbe fare il federatore, cioè mettere insieme le tante forze che sommate varrebbero più dei 5Stelle a cui guarda la matematica immaginaria di Enrico Letta, ma non vi sono tracce di azione in questa direzione. Troppa fatica, troppa umiltà da dimostrare, per trattare con troppe sigle diverse? Di Beppe Facchetti

di Beppe Facchetti | 10 Agosto 2021

Il successo di pubblico (quantità dei presenti e consensi) alle presentazioni estive del nuovo libro di Matteo Renzi, merita una riflessione sul ruolo presente e soprattutto futuro, di un personaggio chiave della politica nazionale, protagonista di tutte le vicende decisive della legislatura, capace da solo di modificarne le sorti. Eppure inesorabilmente divisivo, oggi oggettivamente il meno amato dei politici italiani. Commentatori ed addetti ai lavori si distinguono per acidità, in particolare i maramaldi della corte degli ex laudatori, ma anche quel 40% che lo benedisse elettoralmente pochi anni fa, prende le distanze: é diventato antipatico.

Ma allora perché questo successo, questo evidente interesse per le sue iniziative, quegli applausi alle sue analisi? Solo gusto dello spettacolo, visto che  la politica produce ultimamente solo la triste ripetitività dei talk televisivi? C’é qualcosa di sommerso, che va interpretato.

La risposta più immediata a questa contraddizione tra consenso apparente e dissenso sostanziale, sta forse nel difficile rapporto tra gli italiani e la politica. Renzi é un politico a tutto tondo, forse l’unico vero politico sulla scena – dopo la fine della generazione dei D’Alema – ma allora é proprio questo che lo rende indigesto. Certo uno bravo come lui in politica non c’é in giro, ma questo non é un vantaggio.

C’é una opinione generale che, al di là di specifici addebiti (“aveva detto che si ritirava dopo il referendum e non lo ha fatto”), non riesce a spiegare perché sia diventato antipatico, ma questa non dovrebbe essere una categoria decisiva della politica. Di antipatici di successo é piena la storia.

Forse si vuole solo esprimere un disagio, una delusione rispetto all’entusiasmo di un tempo. Andava bene quando sollecitava l’emotività da rottamatore, ma il Renzi alle grandi manovre politiche é molto più difficile da assecondare. La politica non é un teatrino, ma questo giudizio di comodo ha attecchito, e finisce che i critici si tolgono il pensiero dandogli del guitto. Siamo nell’epoca in cui le cose complicate si semplificano, non si cerca di capirle. Cosa sia davvero la politica, quali le sue regole, quale la sua indispensabile professionalitá, gli italiani non lo hanno mai voluto capire  e tanto meno apprezzare. Agli italiani vanno statisticamente bene quelli senza “quid”, gli Alfano e i Conte, dorotei di serie B (quelli di serie A erano politici sopraffini), gente senza spina dorsale, capitata lì per caso, eterne repliche dei personaggi di Alberto Sordi, opportunisti senza idee e senza ideali, inventati da altri e pronti a tradirli.

Ad aggravare il quadro c’é poi il fatto che Renzi é un solista, in tutti i sensi: innanzitutto che altri politici in grado di dialogare davvero con lui non ce ne sono (nel PD il migliore é Bettini, figuriamoci. Ci sarebbe Franceschini, ma non esce allo scoperto, almeno fino al rinnovo del Quirinale). Ed é un solista perché – qui emergono i difetti – avverte delle sue mosse solo se stesso, non ha veri amici, ha solo la fedeltà dei Rosato, non ha una testa pensante con cui confrontarsi, consentire e dissentire. Negli ultimi tempi fa qualche concessione all’autocritica, ma é sempre lui a decidere se criticarsi. Una volta c’era Verdini, ma lo spessore era limitato. C’é stato  Calenda e quello forse é stato davvero il bivio che poteva cambiare le cose, ma Renzi in questi casi – quando ha il dubbio che ci sia in giro un suo pari, soprattutto in termini di misurazione dell’ego – ha l’istinto dello scorpione che uccide la rana.

Dunque l’applauso di queste platee estive é per un estraneo, un marziano bravissimo nelle evoluzioni, un equilibrista.

Ma non c’é amore, che pure in politica é importante. Non si fidano, soprattutto.

Questo é il vero punto debole di Renzi. Anche i suoi amici più vicini, persino il giglio magico, ammira ma teme le sue mosse. Li manda allo sbaraglio ma poi arriva il contrordine (no Letta a Siena, si Letta a Siena ma per sparigliare e impostare la mossa successiva, quella vera, che ancora non ti racconta). In tanti pensano che l’errore più grosso sia stato quello di uscire dal Pd. É stata la scelta che ha spiazzato i seguaci più di tutte, soprattutto perché non strategica (colpa del Covid o no, il decollo di un progetto alternativo non c’é mai stato), oppure toutcourt strategicamente sbagliata e quindi prova concreta che il limite di Matteo sia la prevalenza della tattica in quanto tale. In questo é maestro, ma le legislature finiscono e conta poco che questa – che doveva essere la legislatura dei 5stelle – sarà alla fine la legislatura di Renzi, se poi tutto finirà con la sua uscita dal Parlamento. Avrà fatto e disfatto Governi, avrà magari anche realizzato il suo capolavoro con l’elezione del secondo presidente della Repubblica made in Rignano (capitolo appena iniziato di un manuale che sarà tutto da leggere), ma quale sarà l’esito finale? Un seggio rimediato con il diritto di tribuna?

Quando i suoi seguaci potenziali (che non sono più il 40%, ma sono comunque  tanti) vedono che sale a bordo del superyacht dell’emiro proprietario del PSG,  non si scandalizzano come provinciali che inorridiscono di fronte a uno dei pochi italiani apprezzato dalle élite mondiali, ma temono che come il pifferaio porti il gregge sull’orlo del burrone e poi se ne vada a fare tutt’altro mestiere.

Perchè un quarantenne può ancora scegliere e il mondo é più grande di piazza Montecitorio.

I tanti renziani, specie in periferia, che lo hanno seguito, sono letteralmente terrorizzati.

Un conto seguire un nuovo “migliore”, e un conto finire la propria carriera sbranati dai tanti mediocri che sono sulla scena.

Il guaio vero é che é velleitario dargli consigli. Non ha voluto fare il Cincinnato perché non ha prima di tutto abbandonato il Senato, anzi ci é andato per la prima volta.

Potrebbe fare il federatore, cioè mettere insieme le tante forze che sommate varrebbero più dei 5Stelle a cui guarda la matematica immaginaria di Enrico Letta, ma non vi sono tracce di azione in questa direzione. Troppa fatica, troppa umiltà da dimostrare, per trattare con troppe sigle diverse?

Troppi galli nel pollaio del riformismo italiano? Eppure era riuscito su queste cose a portarsi dietro tutto un Pd ben più pollaio di questo.

L’Italia ha bisogno di un Renzi che trasformi mille tattiche brillanti in una strategia forte.

Non possiamo aspettare che invecchi e diventi saggio. Il futuro é adesso.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, consenso, enrico letta, franceschini, futuro, legislatura, matteo renzi, mondo, montecitorio, parlamento, pd, personaggi, presidente della repubblica, referendum, renzi, repubblica, riformismo, siena

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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