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Il dato dell’affluenza è ormai acquisito.
Alle ore 23 il 45,41% degli italiani si è recato alle urne per il referendum sulla separazione delle carriere, superando in modo significativo il 39,37% registrato nel 2020 sul taglio dei parlamentari.
Un segnale tutt’altro che marginale.
Perché indica che, nonostante una campagna elettorale dai toni spesso dimessi, una parte rilevante del Paese ha scelto di partecipare.
Ora però viene la fase più delicata.
Quella dell’attesa del risultato.
Un’attesa che non riguarda soltanto l’esito del quesito referendario, ma le conseguenze politiche che ne deriveranno.
Perché il voto di queste ore si inserisce in un passaggio decisivo della legislatura.
Un anno, poco più, ci separa dalle elezioni politiche del 2027.
E tutto lascia pensare che il risultato del referendum peserà sugli equilibri di questo ultimo tratto di strada.
Se prevarrà il sì, il governo potrà rivendicare una legittimazione popolare su una riforma centrale del proprio programma.
Un rafforzamento politico che potrebbe tradursi in una accelerazione su altri dossier, a partire proprio dalle riforme istituzionali ancora aperte.
Se invece dovesse vincere il no, lo scenario cambierebbe profondamente.
La maggioranza si troverebbe a gestire una sconfitta simbolica, mentre le opposizioni avrebbero l’occasione di rilanciare la propria iniziativa politica.
Ma in entrambi i casi il nodo vero resta un altro.
La legge elettorale.
Da mesi si discute di una riforma che dovrebbe cancellare i collegi uninominali e ridimensionare il ruolo delle preferenze, ridisegnando profondamente il rapporto tra eletti ed elettori.
Un tema che, a differenza del referendum, incide direttamente sulla qualità della rappresentanza democratica.
E che rischia di diventare il terreno di uno scontro politico ancora più aspro.
Perché le regole del voto non sono mai neutrali.
Determinano gli equilibri, influenzano le alleanze, condizionano la formazione delle maggioranze.
Arrivare alle elezioni del 2027 con una legge elettorale incerta o frutto di un compromesso fragile sarebbe un segnale di debolezza per l’intero sistema politico.
Il referendum di queste ore, in questo senso, rappresenta solo il primo passaggio.
Un banco di prova.
Non definitivo, ma indicativo.
La politica italiana è chiamata a dimostrare, nei prossimi mesi, di saper trasformare il confronto referendario in una fase di maggiore chiarezza.
Sulle riforme, sulle regole, sulle prospettive del Paese.
Perché il rischio, altrimenti, è quello di entrare nell’ultimo anno di legislatura in un clima di incertezza permanente.
Con una campagna elettorale di fatto già iniziata e un sistema di regole ancora in discussione.
Non sarebbe una novità per l’Italia.
Ma non sarebbe nemmeno un buon segnale.
Il voto referendario ci dirà quale direzione prenderà il dibattito sulla giustizia.
Ma sarà la politica, nei prossimi mesi, a dover dimostrare di saper governare le conseguenze di quella scelta.
E soprattutto di saper dare al Paese regole stabili con cui affrontare il passaggio del 2027.
Perché le elezioni non sono soltanto una scadenza.
Sono il momento in cui una democrazia misura la propria solidità.
Cesare Mannucci

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