Girano dei sondaggi, non so quanto affidabili, secondo i quali il No alla riforma costituzionale sarebbe in vantaggio rispetto al Si. Ovvero, interpellati un campione di elettori, non so quanto ampio e quindi accreditabile, questi avrebbero dichiarato che sarebbero andati a votare (dato di per sé già indicativo) e che avrebbe votato, in maggioranza, contro la riforma e quindi per il No al referendum confermativo. Quali siano gli argomenti che indurrebbero gli elettori a votare No, non è dato sapere ma è lecito supporre. Francamente, mi parrebbe strano che a scegliere di votare No fosse il metodo elettivo dei senatori-consiglieri regionali: certo, può non piacere ma mi pare una tecnicalità sulla quale non molti cittadini sono in grado di cogliere e comunque appare meno attraente della prevista riduzione da 315 a 100 senatori. Lo stesso dicasi per la revisione del Titolo Quinto, con l’abolizione della competenza concorrente e la ridistribuzione delle materie in capo allo Stato: anche qui, quanto può essere disprezzata questa modifica costituzionale al punto da essere punita con il No?
Due argomenti forti, per così dire, parrebbero militare per un consenso verso il No al referendum. Uno è quello a la De Gaulle, lanciato dal presidente del consiglio: il voto referendario è un voto sulla mia persona e sul mio operato di capo del governo. Se dovesse vincere il No, questo sarebbe da intendersi come un voto di sfiducia nei confronti di Matteo Renzi (e della sua maggioranza), che lo indurrebbero a dimettersi. Una sorta di recall quindi, per il tramite del referendum costituzionale. Un voto di sfiducia popolare tutto orientato politicamente e ignaro dei contenuti, giusti o sbagliati, della riforma costituzionale. Un progetto di crisi extraparlamentare originale, alimentata dalle opposizioni all’attuale governo unite nel proposito di produrre una caduta del governo. Sulla base però della personalizzazione del voto referendario voluta dal presidente del consiglio, per giunta in un contesto nel quale egli non solo non è stato eletto direttamente (come De Gaulle) ma nemmeno designato con il voto dal corpo elettorale. Verrebbe quindi a mancare qualunque legame elettorale di cd.democrazia immediata e, pertanto, risulterebbe un azzardo stabilirlo ex post sulla base del referendum costituzionale.
L’altro argomento che spinge verso il No – pur rispettando gli argomenti costituzionalistici, ci mancherebbe – è quello del voto non tanto e non solo contro la riforma costituzionale ma piuttosto contro la legge elettorale cd. Italicum. E’ vero che ci sono in atto una serie di ricorsi che sperano di arrivare alla Corte costituzionale, nella speranza poi che quest’ultima ampli il suo pronunciamento di illegittimità sulla scia della sentenza n. 1 del 2014. Allora, penso sia questo il ragionamento (a pensare male si fa peccato, però…): puntare sulla sconfitta del referendum costituzionale, che trascinerebbe con sé la nuova legge elettorale, rendendola inapplicabile, in quanto pensata, scritta e attuabile per la sola Camera dei deputati, nella previsione che il Senato non avesse più il rapporto fiduciario con il governo, come previsto dalla riforma costituzionale. Insomma, si vota No per la riforma della Costituzione ma il vero obiettivo è votare No alla legge elettorale. Iniziano, infatti, a circolare già pensieri e ragionamenti sul combinato disposto riforma costituzionale più legge elettorale, affermando che questo meccanismo finirebbe col sovvertire il principio democratico soffocando il pluralismo politico, in quanto ci sarebbe una sola Camera che decide in nome e per conto di una maggioranza, che fosse frutto di un significativo premio in termini di seggi.

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