• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Recessione e fase due

di Enrico Cisnetto | 24 Dicembre 2011

La nostra economia è letteralmente trascinata da una componente importante ma assolutamente minoritaria della sua struttura produttiva, senza la quale la caduta del pil sarebbe drammatica. 

L’Italia è in recessione, ma la decrescita del pil è una media tra le due Italie, quella dell’export (che va bene) e quella, purtroppo predominante, dell’economia nazionale (che va malissimo). Il segno meno finora certificato dall’Istat è quello di due decimi di punto fatto registrare nel terzo trimestre rispetto al secondo, cosa che porterebbe ad una crescita per il 2011 pari allo 0,5% se il risultato del quarto trimestre fosse zero. Ma siccome è altamente probabile, per non dire certo, che gli ultimi tre mesi dell’anno risulteranno negativi almeno nella stessa misura di quanto lo sia stato il periodo estivo, ecco che non si va distanti dal vero se si preconsuntiva una chiusura d’anno a zero o poco più.

Per il 2012, i più speranzosi (governo, Fmi, Ocse) confinano al solo primo semestre la fase recessiva, e pensano che il pil nel 2012 calerà al massimo di un punto. La Confindustria proietta i dati già acquisiti e dice -1,6%, mentre chi si basa sull’esperienza passata arriva a ipotizzare anche fino a -3%. Sta di fatto che questa nuova recessione si salda con quella prolungata del biennio maledetto 2008-2009, periodo nel quale abbiamo perso 6 punti e mezzo di pil, che ha significato una caduta del reddito reale delle famiglie del 3,4% e dei loro consumi del 2,5%, e nel quale abbiamo visto crollare la produzione industriale del 25% (tornando ai livelli del 1985), le esportazioni del 22% e gli investimenti del 16%. Considerato che il 2010 ha consentito di recuperare solo un misero 1,3%, se ne desume che siamo lontanissimi dai valori di ricchezza prodotta nel 2007 prima della crisi mondiale, anno che pure chiudeva una lunga stagione di “sviluppo rallentato” (nei 15 antecedenti il 2007 l’Italia aveva accumulato un gap di crescita di 15 punti di pil nei confronti della media Ue e di 35 verso gli Stati Uniti).

Ma tutti gli indicatori sono destinati a peggiorare. Per esempio, se a fine 2010 la produzione industriale era ancora sotto del 17,8% rispetto ai livelli pre-crisi mondiale, ovvio che dopo questa nuova fase recessiva il dato risulterà ulteriormente peggiorato, considerato che a novembre il recupero dai minimi toccati nel marzo 2009 era solo del 9,4%, mentre restava ancora del 19,1% la caduta dal picco positivo del ciclo precedente (aprile 2008). Infatti, l’indice della produzione industriale è a 86,5 punti, tre in meno rispetto a un anno fa e solo un punto in più del suo valore eccezionalmente basso dell’ottobre 2009. Stesso discorso per fatturato e ordinativi dell’industria: il primo in un anno (ottobre 2010-ottobre 2011) è cresciuto di un punto (a prezzi correnti), cosa che non copre neppure l’aumento dei costi, mentre i secondi addirittura valgono quattro punti meno.

Eppure, non è l’Italia intera ad essere in recessione. Se le esportazioni hanno continuato a crescere anche nel recessivo terzo trimestre 2011 (dell’1,6 sul trimestre precedente e del 5,7% sul terzo trimestre 2010) e se nei primi otto mesi l’export verso le aree extraeuropee è salito del 16,5%, tanto che abbiamo persino battuto la Germania, questo significa che la nostra economia è letteralmente trascinata da una componente importante ma assolutamente minoritaria della sua struttura produttiva, senza la quale la caduta del pil sarebbe drammatica.

Parlo di quella parte di manifatturiero – che già di per sé, complessivamente, vale solo il 30% del pil, nonostante sia il secondo in Europa dopo la Germania – che riesce ad esportare, essendo stata capace di internazionalizzarsi e di rinnovare prodotti e processi produttivi, ed è dunque competitiva, cui è a sua volta legata la parte migliore del terziario. Se poi ci guardiamo dentro, vediamo che tra i settori produttivi eccellono l’automazione, la meccanica, l’hi-tech, la gomma, la plastica, e solo dopo abbigliamento e moda, mentre la taglia vincente è quella delle imprese di medie dimensioni. Tutto ciò ci deve indurre a capire che per fronteggiare la recessione – quella che ormai chiamiamo la “fase due” del governo Monti – non basta una generica distribuzione di vantaggi e sovvenzioni alle imprese, ma occorre mettere in campo una politica industriale che sappia distinguere. Nell’ordine: a. non ostacolare chi va bene; b. indurre le riconversioni verso le produzioni che tirano; c. mettere capitali pubblici per far nascere nuove realtà nei settori ad alto valore aggiunto; d. favorire le aggregazioni dei piccoli e la formazione di campioni nazionali tra i più grandi, specie usando le municipalizzate; e. lasciar andare al loro destino le imprese fuori mercato (purtroppo sono tante, ma non bisogna piegarsi al ricatto occupazionale), introducendo un welfare diverso (salario minimo garantito) da quello old style della cassa integrazione; f. pagare subito le fatture della pubblica amministrazione (anche con i titoli di Stato); g. far ripartire le infrastrutture materiali e immateriali; h. fare le liberalizzazioni.

L’alternativa è la spirale recessione-manovre correttive di finanza pubblica, considerato che nel 2012 con un punto e mezzo di pil in meno il governo dovrebbe trovare altri 7,5 miliardi, e con -3% di miliardi ce ne vorrebbero altri diciannove.

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, crisi, fmi, germania, governo, integrazione, istat, minimo garantito, nuova fase, ocse, produzione industriale, recessione

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Trevigiano

    25 Dicembre 2011 alle 13:10

    Caro Enrico,
    Non ha mica capito come stanno procedendo:
    Obbligo di catene o gomme da neve=Un miliardo di Euro a Tronchetti Provera, perché tenga nel cassetto le intercettazioni Telecom o le usi solo per soggiogare eventuali contestatori del Governo Monti.
    Seguiranno altri progetti per lo sviluppo, tutte tasse dissimulate, direttamente dai cittadini alle industrie amiche, viva il secondo fascismo Italiano.

    Rispondi

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Luisa Marzulli su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Francesco Altamore su La distanza che umilia l’Italia
  • Luca Bagatin su Netanyahu: “Israele difende anche voi”: e allora?

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti