Le fughe in avanti conducono in politica a disillusioni forti. Ho sperimentato sulla mia pelle e su quella di tanti altri compagni giovani l’impossibilità di perseguire l’Unità socialista attraverso vecchie nomenclature che pensavano soltanto a salvare piccoli, a volte solo agognati, orticelli.
Non c’era disegno, visione, strategia. Sappiamo com’è finita: distruzione de facto del Nuovo PSI, pannellizzazione dello SDI. La ricostruzione di una forza socialista autonoma a sinistra incontra troppi nemici. Ora, che DS e Forza Italia, ne siano i principali avversari non è una scoperta sorprendente. I motivi di questa scientifica opposizione sono facilmente intuibili. Ma, l’amarezza maggiore, scaturisce dalla considerazione che, ad impedire la presenza organizzata di una forza politica che si ponga in continuità con la tradizione del socialismo italiano e più in generale della sinistra riformista, siano proprio le nomenclature del vecchio PSI sopravvissute al feroce massacro di Tangentopoli. Nemmeno la comune disgrazia ha fatto nascere quello spirito di fratellanza che a chiacchiere pur si millanta.
A ciò si aggiunga che gli sconcertanti equilibri consociativi che si sono venuti consolidando nel “quadretto bipolare” tendono alla graduale, sistematica deculturizzazione politica delle forze in campo per giungere in questo modo alla costruzione di due grossi, maggioritari, generici, contenitori politici senza identità politica-culturale. Non è un caso che ad attendere sulla riva del fiume, il progressivo logoramento delle leaderships Berlusconi-Prodi, siano personalità politiche che hanno tutto l’interesse a definirsi fumosamente “democratiche” e “moderate”. Mi riferisco a mò d’esempio ai Veltroni, ai Rutelli, ai Fini. A quelle carriere politiche costruite sulle disgrazie di Tangentopoli dalle radici incerte (Rutelli?)o in fuga dal loro passato (Veltroni-Fini). Due minoranze organizzate che si alternano nella gestione dell’esistente, riduzione dei partiti a comitati elettorali e d’affari, primato dell’economia su una politica debole fatta da bei faccioni che disputano a Porta a Porta.
In altri termini, oltre alla dolorosa circostanza che vede la cultura laica, socialista, riformista scarsamente rappresentata nelle Istituzioni del Paese, e il deficit di riformismo, innovazione, razionalità che dovrebbero connotare una sinistra moderna, quella che manca, trasversalmente, è proprio la cultura politica! La Grande Assente.
Inquieta l’assoluta autoreferenzialità del dibattito politico, prima fondato sul tema del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, oggi sulla spartizione delle cariche istituzionali, domani Dio solo sa su cosa. Non c’è dibattito sul ruolo del nostro Paese nello scacchiere internazionale, sul futuro incerto dell’Europa politica e democratica dei popoli che ancora manca, su come portare a sintesi l’esistenza di una doppia questione geopolitica, antropologica, storica: la questione settentrionale e quella meridionale.
Si consta, la debolezza strutturale, culturale della Politica che ha perso il primato e la sua funzionalità rispetto alla soluzione dei problemi Reali. La speranza laica che coltivo è l’implosione di questo sistema bipolare anche se il collante del potere è molto unificante. D’altra parte il Potere, sempre più astratto e anonimo che governa i nostri destini collettivi, con la logica del divide et impera ha gioco facile delle “resistenze” di pensiero che sicuramente ci sono nel paese. Resistenze di pensiero che difficilmente possono tradursi in organizzazioni in grado di avere peso politico. Il cambiamento potrebbe essere provocato dal movimento. L’assenza di risposte istituzionali adeguate a problemi comuni che si acuiscono potrebbe dar luogo a logiche spontaneistiche, ma si tratterebbe comunque di operazioni velleitarie, facilmente gestibili, in ogni caso minoritarie. Nell’era delle comunità virtuali, nelle post-democrazie occidentali, immaginare movimenti di massa che inducano sistemi politici chiusi ed autoreferenziali al cambiamento, è francamente illusorio.
Nel Sud, il Potere reale non vuole sviluppo e legalità ma pretende conservazione dello status quo. Perchè la classe dirigente che si è costruita nel tempo da queste parti si è forgiata proprio nell’humus da cui non può discendere sviluppo. Ceto politico parassitario, autoreferenziale, oligarchico, che gestisce il consenso a livello clientelare. Monopoli economici della criminalità organizzata, nepotismo, corporativismo delle professioni.. Quanto di più lontano da una società che premia i meriti e libera dal bisogno! Il Nord, invece, è fatto anche di realtà produttive che si vedono minacciate dalla globalizzazione, dalla concorrenza selvaggia, senza regole. E’ lì ancora più evidente la discrasia, la differenziazione delle istanze sociali da un lato, e delle esigenze del Potere dall’altro. C’è una parte considerevole che chiede modernizzazione, quindi infrastrutture, qualità della formazione culturale, valorizzazione del lavoro, innovazione economica e sociale, e le vecchie famiglie industriali che, esauritosi il ciclo fordista, si aggrappano ancora a logiche cattocomuniste conservatrici per tentare di mantenere a galla i loro carrozzoni improduttivi. Bisogna chiaramente distinguere tra chi il cambiamento non lo vuole e chi non lo può chiedere perchè ricattato nella sopravvivenza sociale.
Si realizza una spaventosa cappa conservatrice trasversale che va dall’alta finanza che profitta di politica e partiti deboli dei bei faccioni, passa per la Chiesa romana purificatrice delle italiche coscienze ipocrite speranza consolatrice delle afflizioni di ogni sorta, rifugio metafisico alla realtà, giunge ad un Sud gestito prevalentemente secondo logiche “mafiotiche” ai vari livelli della governance.
E’ solo questo, forse, il modo con cui, l’Italia, stanca, senza troppa voglia, metafora del Vecchio Occidente secolarizzato e nichilista, la nostra Italia, tanto divisa quanto unita nelle sue irrisolte questioni secolari, nelle reciproche convenienze a mantenerle, può reggersi in piedi nel tempo e nel mondo che viviamo? Siamo sicuri che si regge? E, su chi si regge il Peso?
Fabio Amiranda
Federazione della Campania del Gruppo dei 101

“quello spirito di fratellanza “ non è millanteria ,ma appello a sventolare lo stendardo che serve per raggruppare il gregge . “gestione dell’esistente, riduzione dei partiti a comitati elettorali e d’affari, primato dell’economia su una politica debole fatta da bei faccioni che disputano a Porta a Porta.”….purtroppo ,in mancanza di meglio –distrutti i partiti e le loro articolazioni,le sezioni- il solo sistema per vitalizzare le cose è la TV : così ottenendo “assoluta autoreferenzialità del dibattito politico”. Sicuramente abbiamo “ Ceto politico parassitario, autoreferenziale, oligarchico, che gestisce il consenso a livello clientelare.”…..sto ripetendo per evidenziare i punti fondamentali del ragionamento , per ribadire giudizi magari non nuovi ,ma sempre sottaciuti o superati perché ciascuno sente di essere “ ricattato nella sopravvivenza sociale “.Per questo occorre ricominciare a dibattere ,a discutere ,ricreando così consapevolezza e diversificazione…togliendo poco a poco spazio e potere a “chi il cambiamento non lo vuole “. Non mi sembra una difficoltà insormontabile ,lasciando lo spazio opportuno alle nuove generazioni…quello che resta difficile è caso mai , per affrancarsi dalla cupola attualmente esistente , “mettere in piedi” gli strumenti ed i mezzi di incontro e di discussione necessari (quello che erano le vecchie sezioni ,vere palestre e campi da gioco ). E’ dura ,ma bisogna pur farcela !