Una favola nera, un horror tragicomico, un ritratto spietato di un’Italia alla deriva, un’Italia non più in grado di riconoscere il vero dal falso, la realtà dalla fantasia; il tutto confezionato in un bel film che mostra come il cinema italiano sia ancora in grado di riscuotere premi e non sia certo addormentato.

Sì proprio un cocchio come quello delle fiabe ma, davanti ai nostri occhi, fotogramma dopo fotogramma, non si svolge una fiaba ma un horror. Un horror che partendo dalla ripresa aerea dimostra soprattutto due cose: – il reale può diventare irreale e viceversa – e parafrasando il titolo di uno dei film di Venezia, il cinema italiano non sarà bello in ogni sua manifestazione ma senza dubbio non è certo addormentato. Avevamo già sottolineato proprio a Venezia quanti lavori di firme note e no ci avessero favorevolmente colpito da Bellocchio che con il suo “Bella addormentata” avrebbe meritato molto, al felice esordio di Di Costanzo “L’intervallo”.
Reduce dai successi (a Toronto ha avuto l’accoglienza migliore di sempre) ma anche dai suoi incubi di giurato (dopo Venezia ha giurato che non avrebbe mai più fatto parte di una giuria) arriva quindi una sorta di fiaba nera.
Ed è un’Italia del Sud disperata (ma non solo il Sud lo è), sfasciata (come lo sono i corpi dei protagonisti), arresa . Un’Italia in cui il denaro è un divinità e la televisione è onnipresente, i suoi personaggi, modelli da imitare, invidiare, spiare, il successo senza merito da perseguire, sperando che prima o poi capiti anche a noi lo stesso colpo di fortuna che ha colpito loro per primi.
Anche Garrone, come già prima di lui i fratelli Taviani, ha scelto come protagonista uno dei detenuti del carcere di Volterra (Aniello Arena) ed è veramente grande la interpretazione che dà del pescivendolo Luciano. La storia narrata è vera come è vero Luciano che, dopo il provino di partecipazione alle selezioni de “Il grande fratello”, preso dall’ossessione del successo perde anche la percezione del reale . Con i proventi della vendita del soggetto Luciano è riuscito a ricomprare la pescheria che aveva perso e forse anche a riconoscere la differenza tra reale e irreale.
Come nelle migliori tradizioni le scene più belle capitano per caso e diventano tali per l’intuizione, il cuore, la fantasia del regista, come quando Luciano vede un grillo sulla parete e crede che sia una telecamera che lo sta spiando per decidere la sua ammissione nella casa del grande fratello. Il film è tutto girato in panoramiche azzeccate, piani sequenza e primi piani del protagonista quasi fosse versamente continuamente spiato da un grande fratello Orwelliano.
Una Napoli soffocata nella sua bellezza da megacentri commerciali, una Napoli con i suoi palazzi del Settecento trascurati e offuscati dalla presenza dei “bassi” per non parlare dei suoi quartieri –dormitorio della periferia, ma anche una Napoli piena di colori, piena di un’umanità sofferente e allo stesso tempo pronta ad una gioiosa partecipazione corale, è quella che ci regala Garrone con le sue inquadrature belle da togliere il fiato, una Napoli resa ancora più bella e sofferente dal suo occhio innamorato.
Il film è bello anche per questo suo sguardo restituito dalla macchina da presa, uno sguardo che fa sì che perfino il kitsch, che peraltro impera, (dal cocchio con cui gli sposi si recano al rinfresco nel mega centro commerciale) si trasformi in una porta aperta alla riflessione.
Garrone , per sua stessa ammissione, dopo Gomorra voleva fare un film “leggero”: raccontando la storia di Luciano è riuscito a fare un film ancora più tragico del precedente perché il pubblico per anni ha bevuto , assimilato, creduto al facile successo portatore di comparsate televisive ben pagate.
E’ il ritratto non solo e non tanto di Napoli ma di tutta questa nostra Italia che in questo momento di grave crisi si accontenta di vivacchiare e di “succhiare” come un vampiro affamato il successo altrui in attesa di “miracolo” che può avvenire solo in un mondo parallelo, il mondo della realtà distorta, cioè dell’irrealtà, della fantasia percepita come verità.
Non vuole essere una lezione cattedratica questo film ma cerca di mettere in guardia dall’ossessione della fama, dell’esibizione, dei lustrini, del successo cercati al di là e al di sopra di tutto in una società che ha perso di vista la differenza tra verità e fantasia, tra vero e falso.

Moses Finley, nel suo La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Bari, del 1973, ci ricorda che le democrazie liberali generano apatia nei cittadini, facendo riferimento alla delocalizzazione dei messaggi politici.
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