
I dati macroeconomici degli Stati Uniti pubblicati venerdì 2 ottobre 2026, relativi al mese di settembre, hanno evidenziano un forte rallentamento del mercato del lavoro, risultando ampiamente inferiori alle stime degli analisti. I non farm payrolls, sono usciti a +29 mila, contro i 90.000 attesi dal consenso degli economisti, mentre il dato del mese precedente, agosto, è stato rivisto al ribasso a 133.000 unità). Analogamente, il tasso di disoccupazione è salito a sorpresa al 4,2%, rispetto al 4,1% atteso e al 4,1% della precedente rilevazione. I dati più deboli del previsto hanno raffreddato le attese su un possibile aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, portando a un calo immediato dei rendimenti dei titoli di Stato (Treasury) e a una spinta al rialzo sui listini azionari e sulle criptovalute.
WALL STREET.
Venerdì, i principali indici di Wall Street hanno chiuso la sessione in territorio positivo, rinvigoriti dai dati macroeconomici sull’occupazione negli Stati Uniti inferiori alle attese, che hanno rafforzato le prospettive di una pausa sui tassi da parte della Fed. I dati di chiusura registrati per i listini principali hanno visto il Dow Jones salire dello 0,49%, l’S&P 500, in leggero calo −0,27% e il Nasdaq Composite a +0.24%. La giornata ha portato benefici anche ai mercati europei, che hanno chiuso in rialzo grazie alla flessione del prezzo del petrolio e al calo dei rendimenti dei titoli di Stato. Anche in Asia, questa notte, i principali indici sono in recupero, tuttavia, i rendimenti restano ancora elevati, e gli investitori cauti.
VALUTE, EURO A PICCO.
Sono settimane che andiamo sostenendo il fatto che a pagare le conseguenze più pesanti della guerra in medio oriente è l’Europa, e in particolar modo l’Euro che ha violato quota 1.1210 e sembrerebbe pronto a scendere fino anche a 1.0750, supporto chiave di medio e lungo periodo. L’Europa sembra messo peggio di altre aree a causa del fatto che i dati macro sono decisamente peggiori e indicano un rallentamento economico mentre la Bce insiste nel voler alzare il costo del denaro in una situazione che potrebbe portare in stagflazione il vecchio continente. Non è solo l’EurUsd a scendere ma anche l’EurGbp crollata a 0.8460 così come l’EurJpy e tutti i cross della moneta unica. La svalutazione della moneta unica, sembra l’unica via possibile in questo momento. Poca volatilità sulle altre coppie valutarie, tra cui le oceaniche che comunque scendono e il Cad, sotto pressione contro biglietto verde. UsdJpy che è tornato sopra quota 158.00 e rimane comunque non lontano da un possibile intervento della Boj.
IL BRENT CORREGGE.
Il Brent è sceso verso i 101 dollari al barile, cedendo parte dei guadagni della scorsa settimana, poiché i segnali di un aumento dell’offerta globale hanno prevalso sulle preoccupazioni per i persistenti rischi geopolitici in Medio Oriente. Venerdì, i Paesi del G7 hanno concordato di rilasciare 100 milioni di barili di greggio e diesel dalle riserve di emergenza, impegnandosi al contempo a non imporre restrizioni alle esportazioni di energia. I principali membri dell’OPEC+ hanno inoltre concordato nel fine settimana di mantenere invariate le quote di produzione il mese prossimo, a fronte delle prolungate interruzioni delle forniture causate dal conflitto in Medio Oriente. Nel frattempo, i dati hanno mostrato che le esportazioni di greggio dal Golfo Persico hanno superato i livelli prebellici in quattro dei sette giorni dell’ultima settimana di settembre, nonostante le interruzioni nello Stretto di Hormuz e il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran. Anche il Wti è sceso sotto i 90 dollari, ma rimane ampio il divario tra i due, oltre i 10 dollari.
GOLD.
L’oro si è stabilizzato intorno ai 4.150 dollari l’oncia, nelle ultime ore, dopo le pressioni della sessione precedente, grazie ai dati sull’occupazione statunitense, inferiori alle attese, che hanno attenuato la pressione sulla Federal Reserve affinché aumenti ulteriormente i tassi di interesse. I mercati ora scontano una probabilità di quasi l’80% che la Fed mantenga la politica invariata questo mese, mentre le aspettative di un aumento a dicembre rimangono intorno al 69%. Nel frattempo, gli elevati rendimenti dei titoli del Tesoro hanno continuato a pesare sui metalli preziosi, con il rendimento del decennale statunitense che si aggirava vicino al livello più alto dal 2002. Tecnicamente il gold si trova in una fase di ribasso che ha come target possibile 3.960, supporto chiave di medio termine e per ora non recupera perché i rendimenti dei titoli di stato continuano a rimanere facendo pendere la bilancia e l’interresse degli operatori verso tali rendimenti, considerato che il lingotto non rende interessi.
Saverio Berlinzani

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