A questo punto magari vi chiederete che tipo di guappo fosse “Rafele ‘O buttigliere”. Nella sua raccolta di memorie “Addio mia bella Napoli”, Francesco Cangiullo ce lo descrive come uno simpatico, dall’occhio sveglio, i baffi arricciati, la catenina d’oro, la perla sulla cravatta e il brillantino al dito. E ci racconta come fosse stato proprio lui a salvarlo dalle grinfie paterne.
Ogni sera il giovane musicista era solito recarsi al Teatro Partenope, a Porta San Gennaro, con un bastone nuovo. Si trattava di esemplari rari, di proprietà del padre, che il Cangiullo esibiva per la gioia di amici e colleghi e per la propria vanità.
Immaginate lo sconforto, al suo ritorno in camerino, nel non ritrovare più quel magnifico esemplare con la filigrana d’oro ed il pomo costituito da un dente d’ippopotamo montato in platino, donato dal Principe di Piemonte.
Fallita ogni ricerca, il “nostro” si era già rassegnato a confessare al padre la triste verità quando, nel tragitto verso casa, ebbe modo di incontrare “Rafele ‘O buttigliere”. Informatolo dell’accaduto, il Cangiullo venne rassicurato dal guappo che, prima della mezzanotte, il bastone sarebbe ritornato in suo possesso.
E così fu. Dopo essersi attardato per le strade in attesa dell’orario prestabilito, fece ritorno a teatro dove, sollevato, vide Don Rafele, sorridente e col bastone.
Colmo di gratitudine, il Cangiullo potè restituire il prezioso oggetto al suo legittimo possessore, ignaro di averlo quasi perduto e poi ritrovato grazie ad un guappo generoso.
Monica Florio

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