Arrivare al numero 4000 per una rivista quindicinale è un traguardo temporale invidiabile, soprattutto al cospetto della situazione cartacea odierna dei media in Italia. Fu fondata da padre Carlo Maria Curci a Napoli nel 1850 ove si trovavano parte di gesuiti scappati dalla Roma repubblicana[1]. Nel 1848 il Gesuita ne parlò a Pio IX, rifugiatosi anch’egli nel Regno di Napoli, il quale ne fu subito entusiasta parimenti al suo Segretario di Stato Giacomo Antonelli. Meno favorevole fu il generale dei gesuiti Jan Philippe Roothaan (1783 – 1853) poiché temeva ulteriori persecuzioni contro il suo ordine, in quanto i quaderni nascevano ad imitazione dello spirito di quel Corpo, difensore strenuo – “perinde ac cadaver ”- dell’ortodossia cattolica e del papato. Finita la Repubblica Romana i Gesuiti poterono tornare nella loro sede storica ed il 12 febbraio 1866 Pio IX firmò il breve Gravissimum supremi per il quale il Collegio degli scrittori de “La Civiltà Cattolica” (da sempre possono scrivere soltanto loro) venne eretto con uno statuto che soltanto il Pontefice può modificare. Evidentemente le battaglie contro il Risorgimento, il liberalismo e la massoneria che la Rivista aveva intrapreso fino a tale data furono molto gradite da Pio IX.
Vennero nuovamente anni difficili per i Gesuiti e nel 1870 dovettero nuovamente fuggire da Roma a Firenze, in via Torta, e la tipografia fu trasferita in Prato, in via Frascati, molto vicino alla tipografia di Amerigo Lici ove si stampava “L’Eco del Bisenzio”, in via dell ‘Arco di Santa Chiara, periodico politico locale diretto e gestito dal Gran Maestro Giuseppe Mazzoni che con i propri Fratelli si riuniva in via delle Oche (ora via Convenevole); La Civiltà Cattolica li chiamava con disprezzo “Le Oche del Bisenzio”. Fra i due periodici gli scambi di invettive e accuse non mancarono mai per tutto il tempo che i Gesuiti stazionarono in Prato, per le loro esigenze tipografiche, essendo già stati fatti fuori dal Collegio Cicognini saldamente in mano al prof. Giuseppe Merzario, ex prete, massone e onorevole della Sinistra, il quale fece apporre sopra il portone della scuola, quale stemma, una cicogna che divorava dei serpenti con il motto Invisa colubris, un avvertimento per i precedenti gestori secolari del collegio appartenenti alla Compagnia di Gesù, se avessero avuto il pensiero di ritornarvi. Ad acque più calme i Gesuiti fecero ritorno a Roma dal “Prigioniero” e fino al 1929, epoca del Concordato mussoliniano, i nemici erano sempre loro: i massoni, gli ebrei, i liberali, i socialisti. Verso fine della guerra mondiale si aggiunsero sommessamente i fascisti e i nazisti, quest’ultimi fatti segno di una bolla di scomunica che non poté essere letta pubblicamente. Stalin, mentre occupava velocemente l’Europa, altezzosamente, a chi gli faceva notare che il Papa era contrario alla conquista, chiese ove avesse le sue legioni da contrapporglisi. Dopoguerra la musica cambiò; il nemico per la Rivista rimase soltanto il socialismo e la modernità: cinema, riviste, televisione, il rock and roll, i pantaloni per le donne…, altro che quel gruppuscolo di massoni che confusamente dopo il ventennio di persecuzioni riemergevano confusi e ancor più divisi! Era nato un mondo vastissimo che abbandonava le chiese… tranne la domenica; ancora per tradizione, forse per abitudine resisteva questa parvenza dei mala-credenti. Ma “La Civiltà Cattolica” tenne duro, non aveva milioni di lettori come “Famiglia Cristiana” che si vendeva e si vende ancora nelle parrocchie, ma era una rivista “alta” – imitata alcune volte da riviste laiche non solo nella grafica – per uso interno e per intellettuali che volessero sapere ove stesse andando quel “brontosauro” Chiesa, essendo revisionata e alcune volte commissionata da alcuni Papi, sopratutto da Paolo VI. Poi, con i Papi stranieri, vuoi per la difficoltà della lingua, vuoi per le aperture alla modernità e per problemi interni più gravi, fu un po’ trascurata, ma i direttori e la redazione sapevano che oramai era una rivista metastorica: sarebbero venuti tempi migliori. Intanto giorni or sono i Redattori gesuiti hanno incassato il chirografo di papa Francesco: << Auguri a “La Civiltà Cattolica” rivista unica nel suo genere per il servizio alla Sede Apostolica. Possa continuare ad essere una rivista ponte, di frontiera e di discernimento >>.
Con il numero 4.000 i Gesuiti portano le edizioni in francese (Parole et Silence), inglese (Uca News), spagnolo (Herder) coreano…
Certamente è l’unica rivista della Chiesa cattolica contemporanea, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, di cui padre Giovanni Caprile S.I. ne fu il minuzioso estensore degli atti, che non ha mai fatto mistero, almeno nelle intenzioni, di non volersi chiudere rispetto ad un mondo che sembra alla deriva, abbandonato da Dio, come ha sottolineato l’attuale direttore Antonio Spadaro: << La Chiesa si ridurrebbe ad una setta di “puri” che resisterebbero bellicosamente…>> . Già nel numero 3.000 (1975), il direttore Bartolomeo Sorge, scriveva: << Si deve escludere ogni pretesa integralista, sia la pretesa di costruire una “ civiltà cattolica” noncurante delle pluralità delle idee, delle concezioni del mondo oggi vigenti e del diritto dei non-cattolici che hanno di fare valere in forza della loro libertà di coscienza… respingendo l’apporto che altri possono dare, sebbene portatori di valori diversi, ma pure validi perché “umani” …>>. Era l’epoca dell’apertura alla massoneria di Paolo VI, di padre Giovanni Caprile S.I., di don Franco Molinari, di don Rosario Esposito, di don Vincenzo Miano, di J. Ferrer Benimeli S.I., unico sopravvissuto – uomini coltissimi e costruttori di ponti – poi naufragata nel J’acuse della P2.
Oggi è la volta di un giovane direttore, Antonio Spadaro, il quale ha sostituito dopo ben venticinque anni di rigoroso servizio il non più giovanissimo GiamPaolo Salvini che a differenza di altri lidi è sempre attivo nella Rivista, poiché in tale ambito non si rottama nulla, ma si valorizza l’esperienza e la saggezza acquisita nei decenni trascorsi e GianPaolo Salvini dall’alto della terrazza della sede de La Civiltà Cattolica, sovrastante i tetti di Roma, di rimpetto al Quirinale, ha visto molta acqua scorrere nel Tevere. Quindi anche noi auguriamo lunga vita a “ La Civiltà Cattolica” specchio identitario di un’Italia altamente morale.
Guglielmo Adilardi
[1]Da Napoli dovettero fuggire perché scacciati il 21 settembre 1850 da Ferdinando II . Dal 1870 da Roma fuggono a Firenze e vi rimangono fino al 1887 chiamati nuovamente a Roma da Leone XIII. Questi 17 anni fiorentini furono i più integralisti al pari di David Albertario con il suo “Osservatore Cattolico” e Giacomo Margiotta con la sua “Unità Cattolica”.

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