Tutti in corsa per le regionali. A marzo si vota in tredici regioni e, com’è naturale, i partiti sono mobilitati per la ricerca dei candidati a Governatore. Nei due schieramenti alcune scelte sono fatte, quelle che mancano fanno fibrillare il muscolo cardiaco e stressare le arterie ai poveri capo partito e ai coordinatori delle coalizioni.
In casa PDL, risolto l’inghippo non senza dolore del Veneto, le cose non vanno malaccio ma è nel PD che i dolori di pancia si fanno maggiormente sentire a causa delle incertezze, le lotte fra gruppi e fazioni che impantanano la strada che porta a scelte condivise e impediscono di trovare un nome che rappresenti tutti. Il caso più emblematico è la Puglia dove il povero Niki Vendola ha l’ostracismo di buona parte del PD.
A complicare le cose in casa piddina ci si è messa la possibile alleanza con l’UDC di Pierferdi che per portare i suoi voti al centro sinistra vuole dire la sua. E ci mancherebbe altro non accontentarlo. Il suo cinque virgola può fare la differenza in diverse regioni. Ma si dà il caso che il Pierfurbi giochi su due tavoli: anche il PDL è interessato ai suoi voti per la ragione speculare agli avversari.
E qui sta il nocciolo della riflessione che ci fa chiedere a Casini dove va o vuole andare. Ed è qui che viene fuori la pochezza della politica praticata da tutti i nostri rappresentanti (nostro malgrado).
La politica dell’UDC dei due forni di antica memoria fa tornare in mente manovre e giochetti già visti e che pensavamo sepolti dal bipolarismo, ancorché imperfetto. E’ vero che i partiti minori, e fra questi l’UDC, lo avversano perché toglie spazio ( per l’estrema sinistra ha significato la cacciata dal Parlamento ) ed è quindi naturale la rivendicazione di un proporzionalismo puro. Ma questo ormai sembra essere un percorso senza ritorno salvo un ripensamento, improbabile, della maggioranza degli elettori.
Dunque in questa fase chi può si ritaglia uno spazio suo di trattativa sulla base di un cinico tornaconto personale. Così sta facendo Pierfidinando Casini che giocando su due tavoli si ritaglia il suo spazio per il massimo profitto con il minimo sforzo.
Ma sono comportamenti che un leader serio non dovrebbe attuare e una classe dirigente altrettanto seria (se fosse seria) non dovrebbe accettare.
I nostri signori politici, sia a destra che a sinistra, dovrebbero avere il coraggio e la dignità di rifiutare l’apporto altalenante basato solo sulla convenienza del momento. Ci vorrebbe il coraggio di dire no a siffatto comportamento a costo di perdere nell’immediato qualche regione. Nel tempo sarebbe sicuramente pagante perché, sono convinto, gli elettori capirebbero e, anche se non subito, darebbero il loro consenso a chi avesse dimostrato coerenza politica.
Un’ analisi utopica, questa. Chissà. Ma se i politici non fanno scelte coerenti ci saranno sempre più cittadini che si allontanano dalla politica.
Ma questo a lor signori non interessa, tanto i rimborsi elettorali se li spartiscono sulla base delle percentuali dei voti espressi e non sul loro numero. Per costringere i partiti e i loro leader a riflettere seriamente e non solo a parole sulla stanchezza degli elettori servirebbe che qualcuno avesse la forza di imporre una legge che preveda rimborsi elettorali commisurati al numero degli elettori che si sono recati alle urne e ai voti che ciascun partito ha “preso”. Unico modo, questo, per far pesare in modo ponderato la volontà dei cittadini.
Ma purtroppo questa ipotesi rimarrà giusto un’ipotesi perché la maggioranza di chi siede in Parlamento, e in modo trasversale, non è capace di limitare la famelica necessità di soldi. E si dica che questo è qualunquismo!
Marcello Paris

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