Le quotazioni salgono e scendono di ora in ora, ma i due principali concorrenti per la corsa al Quirinale sebbene ancora non ufficializzati (e chissà se lo saranno mai?) Mario Draghi e Silvio Berlusconi sembrano uniti da uno stesso destino. L’uno, mantenuto in campo (soprattutto dal PD) per annullare l’altro (sostenuto -formalmente- dall’intero centrodestra) e viceversa.
Uno scenario che si è andato cristallizzando come un fronte di guerra: la trincea degli uni di qua e quella degli altri di là. Gli uni (polo di centrosinistra) a favore di Draghi perché contro Berlusconi e gli altri (polo di centrodestra) a favore di Berlusconi per imporre ai primi il peso dei voti moderati e tentare di mantenere il banco per dare le carte anche dopo la quarta votazione dove per eleggere il nuovo capo dello Stato basterà il quorum della metà più uno degli aventi diritto (ovvero i famigerati 505).
Panorama destinato a cambiare repentinamente in vista della prima votazione in un nuovo fronte armato ma stavolta trasversale ai poli: la linea dei “no voto” e la fazione delle urne che tenterà di mascherare la reale ambizione del voto anticipato con una ricerca affannosa quanto vana di un nuovo esecutivo di larghe intese e soprattutto di un nuovo Premier non divisivo.
Ma in tutto questo lavorio di posizionamenti e riposizionamenti una certezza si staglia evidente: Silvio Berlusconi non abbandonerà il campo di battaglia prima della rinuncia ufficiale e formale del suo competitor; quel Mario Draghi che sembra credere sempre più al salto di palazzo (da Chigi al Colle) entro i primi tre scrutini (con un consenso molto ampio) in modo da non poter essere tacciato né apparire uomo di parte come accadrebbe inevitabilmente con il quarto voto quando dovrebbe scontrarsi faccia a faccia con lo stesso Silvio Berlusconi rivestendo i panni del candidato della sinistra.
Quindi se Berlusconi riuscirà a tenere unito su di sé il centrodestra per le prime tre tornate è facile che la candidatura del Premier rientri e a quel punto, e solo a quel punto, potrebbe maturare l’idea di fare un passo indietro per favorire il dialogo istituzionale rivestendo -agli occhi dell’Europa- il ruolo del salvatore della Patria e -agli occhi del PD e della sinistra tutta- le vesti del vero ed unico kingmaker del centrodestra.
Un ruolo ed un riconoscimento politico che vale mille posti da senatore a vita e che permetterebbe a Forza Italia di ritagliarsi una rinnovata centralità nelle molte partite che attendono la politica nazionale una volta archiviato il dossier Quirinale.
Daniele Marchetti

“Guerra e Pace” – “Orgoglio e Pregiudizio” – “Tormento ed Estasi”. D.O.M. Deo Optimo Maximo. Gratia Plena … oppure:
“”Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro … restiamo mortificati nell’attesa della fatal quiete.