Poteva essere una boccata d’ossigeno per le aziende tecnologiche toscane, da tempo fortemente in crisi. Invece la nuova legge sulla privacy si è dimostrata occasione di facile guadagno per enti come la Camera di Commercio di Firenze che, invece di svolgere il proprio ruolo, si è posta a concorrenza diretta dei propri associati. Da anni le aziende toscane del settore informatico vivono una lenta agonia e sono costrette ad una dura lotta per la sopravvivenza. Le cause sono molteplici; da una parte, la mancanza di una adeguata politica aziendale di aggiornamento e investimento, male comune delle imprese della nostra regione indipendentemente dal settore di appartenenza. Dall’altra, la mancanza di investimenti in settori importanti come la ricerca tecnologica da parte del governo nazionale e locale. A completare il tutto, vi sono le istituzioni: la Regione Toscana, che in alcuni importanti bandi di gara tecnologici ha imposto dei requisiti minimi di partecipazione in termini di fatturato comunque superiori a quelli di ogni azienda toscana; la Camera di Commercio di Firenze, con una “azienda speciale” interamente controllata, Firenze Tecnologia, che si definisce “facilitatore istituzionale per i processi di innovazione tecnologica”, per una “cultura di impresa orientata all’innovazione, a stretto contatto con il mondo scientifico ed il mercato”, che invece di svolgere il proprio ruolo di partner istituzionale si mette a erogare a pagamento servizi direttamente concorrenziali alle imprese. E per un’ impresa l’iscrizione alla Camera di Commercio cittadina è obbligatoria, e non si tratta proprio di spiccioli. La Camera di Commercio ha colto al balzo l’opportunità di business che il governo offriva e, attraverso Firenze Tecnologia, ha iniziato a tenere, a pagamento, dei seminari di sensibilizzazione invitando le imprese a compiere tutti gli atti necessari per essere a norma di legge. Messa a norma che essa stessa era in grado di offrire, sia con interventi di consulenza specialistici che fornendo, ad aziende in grado poi di adoperarle, piattaforme più o meno gratuite per l’auto-normalizzazione. Così, le povere aziende dell’IT che erano pronte a sfoderare tutta la loro professionalità e la propria esperienza, hanno dovuto piegarsi davanti ad una istituzione radicata e forte, da loro stessi sostenuta, e ritornare nel proprio angolo buio in attesa che finalmente arrivino tempi migliori. Con la speranza di avere accanto un partner istituzionale che si ponga come garante, come intermediario tra fruitore e consumatore del servizio, non come concorrente diretto.
Claudio Tirinnanzi
fonte L’Opinione

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