-“… avremmo pensato che il nostro tempo fosse ancora davanti a noi, che il meglio dovesse ancora venire…”-
“Se qualcuno ci avesse detto, in quei giorni che quelli erano i nostri giorni imperdibili e che eravamo dentro un’eterna promessa che il tempo non avrebbe mantenuto, noi non gli avremmo creduto, avremmo pensato invece che il nostro tempo fosse ancora davanti a noi, che il meglio dovesse ancora venire…” dice Liliana, voce fuori campo, alle prime scene del film.
“Quell’illusione di eternità si inceppa” dice Giuseppe Piccioni nelle sue note di regia e lo afferma per tutto il film.
Senza dubbio l’ultimo film italiano in concorso l’8 settembre a Venezia 73, è il migliore ma non certo un film in grado di concorrere per un eventuale premio.
Certo è migliore degli altri perché “Piuma” e “Tommaso” non sono certo esempi di “cinema alto”, per non parlare poi di “Spira Mirabilis” autoreferenziale al massimo, pretestuoso e presuntuoso.
Eppure Piccioni ci aveva dato film di ben altro spessore ma stavolta non per colpa sua né per colpa delle ragazze che hanno dato il meglio di loro stesse, ma quella che doveva essere una storia di crescita, di presa di coscienza del proprio ruolo sessuale, di scoperta e di libertà nel viaggio, non riesce a prenderti completamente.
Anche in questo lavoro va riconosciuto il rispetto che Piccioni ha sempre avuto per i suoi personaggi, va sottolineata quella “pulizia” che molto cinema italiano propenso alle gag pesanti, ha perso di vista, ma questo non basta a giustificare le due ore di visione in cui quella che doveva essere un’amicizia per sempre comincia a presentare le prime crepe.
Le ragazze che salgono in macchina nel viaggio verso Belgrado portano con loro problemi più o meno grandi e non sarà certo il viaggio a risolverli. Piccioni usa discrezione e ricorre al “non detto”lasciando allo spettatore il compito di riconoscere e giustificare le reazioni di Caterina, decisamente innamorata di
Liliana che la considera solo la sua amica del cuore. Si parla di amicizia e amicizia al femminile , amicizia che in un certo senso viene tradita da Liliana che, gravemente malata, non trova la forza di raccontare a nessuno le paure che la stanno attraversando. Ed è forse questa delicatezza di mezze frasi e accenni che, pur essendo più che apprezzabili di questi tempi, rende più fragili le storie delle ragazze.
Piccioni dipinge la “vacuità” della generazione di oggi con eleganza e anche con un certo rigore stilistico, ma il film non vuole o non sa dare una soluzione, si destreggia per due ore (decisamente un po’ troppe) fra possibili e vari finali privando così lo spettatore dal poter trovare un suo finale osservando le varie candele accese che “rivelano” il futuro che attende le amiche.
Maria Rita Monaco

Lascia un commento