
Pubblichiamo l’intervista a Ugo Intini apparsa su la “Prealpina” del 24 ottobre a firma di Mario Visco. «Nessun politico di oggi assomiglia a quelli della Prima Repubblica per una semplice ragione, che vale anche per Bettino Craxi. I politici di un tempo erano innanzitutto uomini di partito: oggi i partiti non ci sono più. Ma l’assenza di partiti strutturati e democratici al loro interno è all’origine della nostra crisi democratica»
Tra i sopravvissuti all’onda delle crocifissioni mediatiche e moralistiche che s’abbatté sulla Prima Repubblica c’è un uomo che ai tempi si guadagnò la stimma di «unico socialista onesto».
Ugo Intini sa bene d’essere stato in buona compagnia, al di là di quella formula craxiana-mozartiana del Così facevan tutti la quale più che autoassolutoria voleva – e avrebbe dovuto – essere un monito per gli sceriffi di Mani Pulite anche per i tempi a venire. Oggi, a 82 anni, chiamato a convivere con un’età e uno stato di salute che comportano l’analisi di un’esistenza vissuta per l’impegno politico con dedizione e umiltà, Intini prende la penna e scrive la sua storia attraverso le vicende di oltre un secolo di memorie: discrasia temporale? Affatto. Solo la capacità di cogliere dai tratti delle vicende umane più importanti, quel filo sottile di esperienze che si tramandavano da padre in figlio anche in politica, quando la stessa politica era innanzitutto l’idea di società nella quale si sarebbe voluto vivere, prim’ancora della previsione d’uno stato economico in cui si confondono fino a collidere l’idea assoluta di benessere e quella relativa di benestare. Con buona pace degli elettori, sempre più disaffezionati all’esercizio della democrazia.
Onorevole, qual è il politico che più le assomiglia oggi?
«Nessun politico di oggi assomiglia a quelli della Prima Repubblica per una semplice ragione, che vale anche per Bettino Craxi. I politici di un tempo erano innanzitutto uomini di partito: oggi i partiti non ci sono più. Ma l’assenza di partiti strutturati e democratici al loro interno è all’origine della nostra crisi democratica».

Governo e opposizione attuali: quali differenze, se ci sono?
«Non ci sono differenze nel modo di fare politica, che punta più all’immagine che alla sostanza. Ed è attento più al sondaggio della settimana che ai problemi di fondo. Le differenze sono poche anche nei risultati pratici. Aldilà della propaganda infatti, l’uomo della strada fatica a percepire cambiamenti che incidono concretamente sulle sue condizioni da un governo o da una amministrazione all’altra. La differenza c’è tuttavia nelle ispirazioni ideali ed è quella che distingue sinistra e destra in tutto il mondo. Più intervento dello Stato a sinistra, più libero mercato a destra. Più internazionalismo, cosmopolitismo multietnico e multiculturale da una parte, più nazionalismo e radicamento locale dall’altra. Costumi più permissivi da una parte, più tradizionali dall’altra. Più attenzione alle libertà individuali da una parte, più alla sicurezza e all’ordine dall’altra. Più diplomazia e mediazione da una parte, più dissuasione militare dall’altra. Il problema è che in Italia le aspirazioni ideali di sinistra e destra si trasformano in discorsi e polemiche giornalistiche più che in fatti concreti».
Il ruolo dell’Unione europea oggi: che cosa cambierebbe?
«Sin dal 2002, ovvero dall’arrivo dell’euro, dico che nei mai una moneta è stata appesa al nulla. Sulle monete si trovano impresse una corona (simbolo della sovranità), una spada (simbolo di un esercito e di una politica estera comune), una bilancia (simbolo di una giustizia comune). Prima o poi l’euro e la stessa Unione Europea precipiteranno se non si faranno passi decisivi verso l’unità politica. L’unità politica è la condizione per contare qualcosa del mondo. Diciamo la verità. Crediamo ancora di essere quelli di un tempo, quando all’inizio del 1900 l’Europa aveva quasi un terzo della popolazione mondiale, ma ci sbagliamo. Nel 2050, l’Italia avrà lo 0,5% della popolazione mondiale e l’intera Unione Europea meno del 5. All’inizio del secolo scorso, Gran Bretagna, Francia e Germania da sole producevano oltre un terzo della ricchezza mondiale, ma già adesso l’Unione Europea arriva faticosamente al 15. L’Italia, come qualunque altro Paese europeo da solo, non conterà assolutamente nulla. L’Unione Europea intera politicamente unita forse (si spera) peserà qualcosa diventando un fattore di equilibrio tra Stati Uniti, Cina e Paesi emergenti. Qualcuno certo può domandarsi: e perché mai dovremmo contare? Perché l’unità politica che conquisteremo sarà un esempio per tutti. E perché a tutt’oggi abbiamo valori quasi unici al mondo: Welfare State e volto umano (ad esempio niente pena di morte) dello Stato. Neppure gli Stati Uniti hanno ottenuto queste conquiste. A Toronto, gli amici canadesi dicono: Noi siamo americani, come quelli di New York, però abbiamo l’orgoglio di essere anche europei, perché in tasca abbiamo la tessera sanitaria anziché la pistola».
Crisi mediorientale: lei ne ha vissute diverse. Che cosa sta cambiando nel modo di affrontarle e come possono spostare gli equilibri diplomatici internazionali?
«Ho frequentato due icone per Israele e la Palestina: il presidente Shimon Peres e Yasser Arafat. Prima erano nemici mortali, poi, davanti ai compagni dell’Internazionale socialista con le lacrime agli occhi a Oslo, hanno festeggiato abbracciandosi il premio Nobel per la pace ottenuto congiuntamente. Poi sono diventati di nuovo nemici. In Medio Oriente, può accadere continuamente tutto e il contrario di tutto. Fino a che non sarà liquidato Hamas tuttavia non ci saranno speranze di trovare una soluzione. Che tuttavia c’è sempre stata ed è evidente. Due Stati (uno israeliano e uno palestinese); Gerusalemme con uno statuto speciale: una città sacra come il Vaticano (sacra per tre religioni, ovvero ebraica, cristiana e musulmana); un indennizzo per i discendenti dei palestinesi cacciati nei decenni dalle loro case. L’Occidente, e ancor più l’Europa, hanno bisogno dell’altra sponda del Mediterraneo e del mondo arabo. Se non lavoreremo verso questi obiettivi (o simili), da Algeri a Riyadh, passando per il Cairo, avremo soltanto nemici».

Da Nenni a Craxi c’è un filo coerente di politica che è intessuto di memoria e di adesione ideale. Oggi la coerenza è un valore spendibile in politica?
«I partiti di cui parlavo all’inizio si erano ammodernati nei decenni, certo, ma nella continuità storica e nella coerenza ideale, fatta anche di staffette generazionali (come quella da Turati a Nenni e Pertini, sino a Craxi). Oggi i partiti italiani hanno un tasso di trasformismo unico al mondo. In breve tempo, i comunisti sono diventati democratici; i fascisti antifascisti; i separatisti padani patrioti e nazionalisti. L’unico elemento di continuità è l’eccesso di polemica (specialmente sui media), che con il suo clamore nasconde la realtà: quella che richiederebbe uno sforzo disperato e unitario, prima che sia tardi. Vogliamo dirlo in modo crudo? Nel 1990, avevamo un Prodotto Interno Lordo simile a quello di Francia e Gran Bretagna. Adesso siamo indietro del 35% rispetto alla Francia e del 40% rispetto alla Gran Bretagna: una catastrofe. Siamo un Paese di vecchi (tra i più vecchi del mondo), i giovani sono pochi, troppo spesso vanno all’estero e soprattutto (non è popolare dirlo) sono tra i meno istruiti: nella fascia di età tra i 25 e 34 anni, siamo infatti per numero di laureati intorno al penultimo posto (appena sopra il Messico) tra i 57 Paesi dell’OCSE (con il 28% contro la media europea del 41%). Per non parlare del 60 e 70 per cento rispettivamente di Canada e Corea del Sud. Cosa si deve dire di più? Senza politiche demografiche e dell’istruzione, il declino continuerà inesorabile».
Che cosa vorrebbe lasciare ai giovani della sua esperienza e che cosa non rifarebbe da politico?
«Da giornalista, credo di aver fatto una cosa utile per i giovani proprio con questo libro: raccontando un secolo di storia non attraverso le carte, ma attraverso la viva testimonianza dei protagonisti. Da politico, ho fatto polemiche esagerate, che non rifarei. Quanto ai giovani, non ho per loro insegnamenti né tanto meno critiche. Nenni ha lasciato a me la sua ultima intervista. A una domanda simile, ha risposto: I vecchi non devono rimproverare niente ai giovani, perché devono pensare che di quanto di erroneo nel loro atteggiamento sono essi stessi responsabili. Per quanto riguarda poi le aspirazioni dei giovani verso l’avve – nire, i vecchi sono dei cattivi giudici, sono dei giudici già sulla via del tramonto».
Mario Visco
(da “Avanti Online)

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