
Sono oltre un milione gli sfollati in Libano che non trovano né cibo, né medicine, né dimora, mentre a Gaza sembra quasi che abbiano incaricato la trasmissione Chi l’ha visto? di rintracciare la pace, perché rispetto ai giorni più feroci della guerra le condizioni di vita sono perfino peggiorate. Intanto nello Yemen – campo di tiro dell’Arabia Saudita – si continua a sperimentare sui civili i giocattoli della guerra comprati a decine di miliardi dalle industrie militari occidentali. Le bombe cadono su scuole e ospedali, e intere generazioni crescono imparando prima il suono delle sirene che quello delle campane. Ora anche l’Iran, con cui l’Europa e l’Italia hanno fatto per anni buoni affari, è piegato sotto la violenza di una guerra che pretende di decidere quale governo debba avere, quale religione professare e perfino quali alleanze gli siano consentite. Un Paese immenso, con più di novanta milioni di abitanti, accerchiato e bombardato perché difende il frutto proibito della teocrazia come desiderio umano di autonomia morale. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone fuggono dalle loro case e una nuova emergenza umanitaria si allarga come una macchia d’olio nel Medio Oriente già devastato. E mentre il mondo brucia i capi politici si esibiscono come galli da combattimento. Trump si gonfia e batte il petto come un orango nel cuore della giungla, promettendo dimostrazioni di forza e muscoli geopolitici. Netanyahu, la iena ridens della politica mediorientale, continua a nutrire il proprio potere con il carburante più antico della storia: la paura. Così la politica internazionale si riduce a una fiera di vanità armate, dove la diplomazia viene trattata come una debolezza e la guerra come una prova di virilità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un pianeta trasformato in un campo minato permanente. Oggi nel mondo si contano più di cinquanta conflitti armati di diversa intensità, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. E mentre i governi giocano alla strategia globale centinaia di milioni di esseri umani sono costretti a fuggire dalle proprie case, spinti dai conflitti, dalla fame e dalla persecuzione. Questa è la nostra epoca: un tempo in cui gli altiforni dell’odio vengono alimentati ogni giorno dal disprezzo, dalla propaganda e dall’industria della guerra. E così gli Stati, invece di costruire ponti, si comportano come branchi di scimmie affamate che si azzuffano per una banana in più, dimenticando che quella banana – il potere – marcirà prima o poi nelle loro stesse mani. Nel frattempo sotto le macerie delle città bombardate e nei campi profughi dimenticati dal mondo, cresce una generazione che non ha mai visto la pace. E quando una generazione cresce respirando soltanto polvere, rabbia e umiliazione, la storia ci insegna che il conto prima o poi arriva. Sempre.
Angelo Santoro

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