C’è un non risolto rapporto tra poteri e competenze tra Regioni e Stato, tra Governatori regionali e Governo centrale che si guardano perlomeno con diffidenza.
La situazione politica, si sente dire, è veramente difficile. Ditemi voi quando è stata vagamente facile. Non lo è –forse- dal cosiddetto boom economico –parliamo di cinquanta anni or sono- o dai bei tempi della ingiustificata leggerezza degli anni Ottanta. Tra barconi e regioni, tra scandali e mazzette, tra debiti miliardari e prestiti internazionali, tra riforme annunciate e promesse qualche volta mantenute siamo all’inizio di una estate rovente. Al caldo ci siamo abituati, al fuoco istituzionale un po’ meno. E il fuoco istituzionale è quello che hanno lanciato le Regioni del nord a proposito di accoglienza immigrati e altri temi scottanti di autonomia amministrativa. Lombardia e Veneto in testa. Il problema è che dietro questa divaricazione tra governo centrale e regioni sull’immigrazione c’è ben altro. C’è un non risolto rapporto tra poteri e competenze tra Regioni e Stato, tra Governatori regionali e Governo centrale che si guardano perlomeno con diffidenza, se non in cagnesco. Anche se appartengono allo stesso partito. Anzi la stessa tessera di partito non è sempre presupposto di serenità e concordia. Che i governatori leghisti della Lombardia Maroni e del Veneto Zaia alzino la voce con Renzi quasi su tutto è abbastanza scontato e immaginabile, vista la diversa area politica, ma che governatori come il neo eletto Emiliano in Puglia, De Luca in Campania, e perfino il compassato piemontese Chiamaprino (capo dei governatori) strillino come se fossero oppositori è una notizia. Un conto –dicono- è fare le intese con Roma nell’interesse generale e un conto sono le competenze delle regioni a difendere contro il centralismo. Parole chiare. Insomma a 45 anni dall’avvio del decentramento regionale da quel mitico 1970, quando sono partite le attività delle regioni,delle loro giunte e dei loro consigli, quante speranze, quante illusioni, quante delusioni, siamo ad un nuovo giro di boa tra poteri romani e poteri regionali. Con conflitti o battibecchi quasi su tutto: sanità, industria, scuola, ambiente, assistenza, immigrazione, per non parlare di tasse, imposte e patti di stabilità economica che sono la vera fonte di instabilità politica. La posta è tutta nel rapporto tra rappresentanza dei territori e coerenza delle norme da applicare da Bolzano a Palermo, da Trieste a Cagliari. Problema antico che nessun decentramento ha risolto. E come ha detto il sociologo Roberto Weber commentando le ultime regionali e leggendo i numeri, il Veneto ad esempio si è dimostrato una scheggia socio economica che non c’entra niente col resto d’Italia. Così la Lombardia che da sempre si sente locomotiva del Paese vuole rappresentare l’altro piatto della bilancia istituzionale, nel contrappeso dei poteri. Ogni regione ha un proprio peso e i giochetti politici per accorpare o aggrovigliare non vanno a vantaggio dei cittadini. Ci vorrebbe una bella lista sui poteri titolari e concorrenti, a seconda delle materie e dei settori, e poi tanta buona volontà per risolvere i problemi degli amministrati e non complicarsi la vita presidenti di qua e governatori di là. La gente non capisce e non va a votare. Più segnale di così. Continuando a non far niente o a tirare a caso i dadi si conferma quello che molti pensano: che tutti i territori di una nazione dovrebbero essere uguali, ma ce ne sono alcuni più uguali degli altri. Con buona pace della Costituzione.

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