
E’ mai possibile – si è chiesto in un recente saggio (“Storia contemporanea”, questa sconosciuta) lo storico Gianni Oliva – che qualsiasi studente universitario, liceale o di scuola dell’obbligo abbia almeno “orecchiato” i nomi di Annibale, della battaglia di Canne o di Teodorico e navighi invece nel buio più completo quando si parla di guerra fredda, di Aldo Moro o di piazza Fontana?
E Oliva ( forte della la triplice esperienza di Preside di liceo, docente universitario, ed ex-assessore alla Cultura della Regione Piemonte.) rileva che il nostro sistema scolastico non ha molto in onore la storia (a livello di scuola secondaria superiore, le ore settimanali sono significative solo nei licei), ma ha comunque più in onore la storia antica che la storia contemporanea: il passato più lontano si studia alle elementari, si ripete nella scuola media, si ripercorre per la terza volta nella seconda superiore; al passato recente, quello del secondo dopoguerra, dell’Italia repubblicana, della globalizzazione, invece, quasi sempre non si arriva .
E spiega che talora si adduce la mancanza di tempo il rischio di “politicizzazione” insito nella trattazione di un passato troppo recente. Ma Oliva rileva che per quanto riguarda il tempo, dipende dalle scelte didattiche a monte: se non c’è tempo significa che si è scelto di marginalizzare la materia. Circa il pericolo di ideologizzazione, la storia (tutta la storia, antica e recente) è figlia delle “domande che il presente pone al passato” (secondo la celebre definizione di Marc Bloch): dunque, se è “ideologizzata” lo è sempre, che si riferisca alle guerre puniche o al terrorismo degli anni Settanta.
Ne abbiamo parlato con Gianni Oliva in questa intervista che affronta anche alcuni temi trattati nel suo più recente libro Dalla vigilia all’armistizio, l’Italia nel secondo conflitto mondiale (Mondadori 2020).
Perché questa sottovalutazione della storia contemporanea ?
.Bisogna precisare che non si tratta solo di limiti della didattica: è la nostra memoria collettiva ad essere deficitaria. La mia generazione ha vissuto gli anni del terrorismo nero e rosso, ma non li ha né rielaborati, né trasmessi: semplicemente, li ha dimenticati. I limiti non si superano con le buone intenzioni o con i decreti, ma qualche sforzo andrebbe fatto, da programmi televisivi mirati a corsi di aggiornamento per docenti.
Passando al suo libro: La guerra fascista è un titolo che apprezzo perché quando sento dire “gli italiani attaccarono la Grecia” io replico “ no, i fascisti aggredirono la Grecia”
Nel 1940-45 ci sono state due guerre, una fascista e una antifascista. Già Giorgio Bocca, nell’unico libro d’insieme sulla guerra italiana uscito prima del mio, aveva titolato “Storia d’Italia nella guerra fascista”
Pensando alla retorica degli otto milioni di baionette di cui lei parla in questo libro : come è possibile che anche governanti e militari non si rendessero conto che le guerre non si vincevano in quel modo ?
Mussolini è consapevole dell’impreparazione italiana, ma nel giugno del 1940 tenta l’azzardo, pensando che la Francia non si difenda e che il Regio Esercito possa arrivare in due giorni a Chambery e a Nizza: l’Italia fascista otterrebbe così un risultato di prestigio e potrebbe aspirare al ruolo di potenza mediterranea. A Hitler il continente, a Mussolini il sud e il mare. Di qui gli attacchi in estate in Africa settentrionale e in autunno in Grecia. Sappiamo com’è andata: il fascismo si è trovato invischiato nell’alleanza con la Germania, subordinato alle scelte tedesche, ed è andato a fondo con Hitler.
Quando apparve evidente la sproporzione tra le ambizioni imperialiste del regime e le possibilità reali di un paese economicamente debole e privo di materie prime ?
La sproporzione è già evidente nel giugno 1940, quando duemila soldati italiani subiscono forme di congelamento in piena estate. Nell’autunno emerge in tutta la sua evidenza con le sconfitte in Libia e in Grecia: finisce la “guerra parallela” di Mussolini e inizia la “guerra subalterna”, dove il Regio Esercito dipende dagli aiuti germanici, in uomini, in mezzi, in materie prime.
Nel libro si analizzano tre direttrici che servono a costruire un quadro d’insieme sul periodo 1940 –43. Quali ?
La prima direttrice sono le varie campagne militari (Francia, Africa Settentrionale e Orientale, Balcani, Russia); la seconda l’opinione pubblica del Paese, che il 10 giugno 1940 esulta per la dichiarazione di guerra e il 25 luglio 1943 si abbraccia perché nella caduta di Mussolini vede il preludio della pace; la terza sono i crimini di guerra italiani.
In questo saggio si parla dei crimini di guerra. Cade definitivamente il mito degli “italiani brava gente” ?
L’”italiano brava gente” è un mito radicato, basti pensare al film “Mediterraneo” di Salvatores. Ma è un mito autoassolutorio, storicamente infondato. Per oltre tre anni abbiamo combattuto accanto ai Tedeschi e fatto le stesse cose che i Tedeschi faranno in Italia dopo l’8 settembre. La storiografia ha cominciato a sollevare il velo, scoprendo esecuzioni sommarie, incendi di villaggi, deportazioni, soprattutto in Jugoslavia e Albania: ma c’è ancora molto da indagare negli archivi!
Perché è venuta meno la trasmissione generazionale di memoria ?
La rimozione della storia contemporanea non è un limite che il nostro sistema scolastico ha sempre avuto. Nell’Italia liberale i percorsi didattici si fondavano sulla celebrazione del Risorgimento: si parlava delle Cinque giornate di Milano, della spedizione dei Mille, della breccia di Porta Pia, cioè di un passato recente di qualche decennio. Nell’Italia fascista il retroterra identitario era ancora più vicino: tutti i sussidiari insegnavano a conoscere le trincee del Carso, gli eroismi veri o presunti di Enrico Toti e degli arditi, il sacrificio di Cesare Battisti e Fabio Filzi, le campane di San Giusto e la beffa di Buccari. Con la scuola dell’Italia repubblicana l’atteggiamento è mutato: stretta nelle contrapposizioni ideologiche della Guerra Fredda, la storia si è fermata al 1945 e alla lotta contro il nazismo, cioè all’ultimo atto “unitario” in cui erano schierati sullo stesso fronte Usa e Urss, filo – occidentali e comunisti.
Gabriele Parenti

Si da il caso che il “politicamente corretto” fosse presente anche negli anni dal 1922 al 1945.
Un politicamente corretto di destra (Goebbels) e uno di sinistra (Beria). Noi socialisti diversamente dai comunisti – fedeli a Mosca – combattemmo Mussolini da subito, Basta vedere i nostri intellettuali – Matteotti e Rosselli in primis – mentre i comunisti – per non parlare dei cattolici ortodossi – fino alla rottura del patto Malenkof-Ribentroff, avevano rapporti intensi, basti ricordare che Lenin Stalin, ma anche Churchill, lo ammiravano.
Furono probabilmente le “sanzioni” che scatenarono Hitler e poi il suo alleato Mussolini (che inaugurò l’autarchia).
A guerra finita gli uomini della RESISTENZA se ne intestarono la VITTORIA, quindi il “pensiero unico”, figlio di questi intellettualoidi, ebbe non campo, ma addirittura una prateria libera.
E qui che fu grave l’errore di Nenni nell’aderire al “Fronte Popolare” convinto che avendo il PSIUP allora più voti dei comunisti, poteva governare. Dimenticando che Togliatti fu alleato di Badoglio con la benedizione di PIO XXII°
Se ne pentì quasi subito tanto che già dal ’53 prese le distanze e nel 56 promosse PRALOGNAN.
Purtroppo ormai il “dado” era tratto e la cultura filocomunista si era già insinuata all’interno di molti dirigenti socialisti, divenne un VANGELO. Tanto che lo stesso Nenni rientrato nel PSI dopo il fallimento della “bicichetta” (1968) affermò:”meglio aver torto col Partito, che ragione contro il Partito.
Ma appunto il “politicamente corretto” è riuscito a permeare tutti i gangli della politica italiana, fregandosene di un vero sistema democratico, tanto che oggi, in suo nome, abbiamo un’Italia senza sovranità, dove il VOTO è divenuto un fatto puramente formale e non SOSTANZIALE.
La burocrazia cattocomunista può disporre quindi della politica come vuole, fregandosene dei sentimenti INTIMI del popolo.
Considerazione amara: dal 1994 – parentesi berlusconiana – si è sempre governato al di fuori del Parlamento, con Presidenti del consiglio non provenienti – come prassi – dallo stesso, ma dall’esterno.
Per questo gli italiani si sono convinti anche ad approvare la riduzione dei parlamentari ritenendo lo stesso INUTILE. Si parla sempre più frequentemente del PREMIER al posto del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI.
Se vogliamo dirla “bucolicamente” ha posto il popolo nella situazione che noi veneti definiamo con un aforisma efficace “O TE BASI STA MINESTRA, O TE SALTI LA FINESTRA”!