Qual’è il tasso di liberalismo nel e del PdL?
E – prima di tutto – chi può legittimamente esprimere questo tipo di valutazione?
Esiste, è data un’autorità che possa stabilire chi è e chi non è liberale, distinguendo il vero dal falso?
In realtà si è subito posti di fronte al paradosso: se il liberalismo – che è una cultura articolata e intrinsecamente, vorrei dire, anarchica – è veramente tale, è incompatibile con una simile pretesa autorità. E se a questa (lunga e larga) famiglia non può darsi un ‘Papa’, non esiste approdo sicuro per giudizi di autenticità liberale. Allora tanto vale affermare che nessuno può formulare con certezza una simile valutazione e al contempo che tutti possiamo azzardare delle ipotesi – purché si abbia l’avvertenza di premettere che soffrono un limite come ontologico, indefettibile.
Fatta la doverosa premessa metodologica, c’è poco da fare: il Popolo della Libertà mi si para (di nuovo) dinanzi come la pura declinazione del Verbo del Leader. Gli ‘antichi’ liberali non erano allenati al concetto di partito liberale di massa. Non in Italia. Tuttavia, dopo quasi venti anni di inutili promesse, prima e a prescindere da un partito c’è ancora e innanzitutto il suo fondatore e leader. I congressi si tengono, pare, ma tutto fanno fuor che metterlo in discussione e chi si azzarda a farlo (lo ha dimostrato la vicenda, pur poco lineare, di Gianfranco Fini) è fuori. E’ commuovente la scena (ripetuta tante volte) di migliaia di persone che si radunano per ascoltare il loro Capo. Il quale è troppo impegnato per presentarsi di persona e – gestendo molto abilmente il culto della propria personalità – spesso neppure si fa vedere; ma solo ascoltare, immaginare. Il Sovrano ha grande dimestichezza con gli strumenti della comunicazione e si concede in ogni modo, purché da solo e senza possibilità di replica, di contraddittorio. Che Sovrano sarebbe, altrimenti? Nel partito, nessuno osa contraddirlo: Berlusconi è al momento l’unica cosa che li unisce tutti e quando Lui non ci sarà più, il PdL si trasformerà (non diversamente dal PD, sia chiaro) nella penisola balcanica del nostro mondo politico. Oggi c’è il leader, c’è una nomenclatura, ci sono milioni di elettori, ci sono un simbolo e una ragione sociale: non è poco tutto questo, ma non basta. Non è una questione di apparati, di organizzazione, di procedure complicate. Un ‘partito’, leggero, etereo quanto si vuole, che io ricordi, dovrebbe essere un’altra cosa.
Nel e per il PdL sembra tutto concesso: una volta che ha ottenuto la maggioranza dei voti degli italiani (o, quanto meno, la maggioranza dei seggi) – complice una legge elettorale vergognosa, che però è piaciuta a tutti e che stranamente è divenuta figlia di “NN”) tutto, praticamente, è possibile. L’investitura della maggioranza come tale autorizza, legittima una sorta di dittatura della maggioranza, e dunque: lo scontro frontale con chiunque si metta nel mezzo, la demonizzazione dell’avversario (cosa, forse, imparata dagli stessi comunisti che si afferma di combattere), la riduzione del principio della separazione dei poteri in nome di un criterio organicistico del potere, che non tollera dialettica. Forse il liberalismo è compatibile con la demagogia, anche con il leaderismo e persino con il populismo – purché entro limiti tollerabili e sempre che sia chiara la direzione di marcia.
Ma la direzione di marcia, nel PdL, qual’è? Qual’è il progetto che persegue? Che ne è della riduzione dell’apparato statuale e della macchina amministrativa, dell’abbattimento del carico fiscale sui cittadini e sulle imprese? Che ne è della rottura di monopoli e oligopoli, della liberalizzazione dei mercati, della privatizzazione di segmenti di attività economiche ancora saldamente in mano agli enti pubblici e alle loro emanazioni? Che ne è della drastica riduzione della sfera di influenza e di ricatto della politica, della cultura dell’appartenenza, della mentalità feudale, tribale, che informa ogni aspetto della vita del nostro Paese, in favore di una valorizzazione del merito, dell’individuo e dei suoi diritti vecchi e nuovi? Che ne è del solido ancoraggio al contesto Occidentale e Atlantico, in un tempo in cui le migliori relazioni sono state concepite con capi di Stato che hanno con la libertà la stessa dimestichezza che hanno con l’igiene i bastoni da pollai?
E che ne è dell’informazione, della cultura? Che ne è – soprattutto – della legge, quella legge che sin dagli studi giovanili abbiamo imparato dover essere data apriori e caratterizzarsi per astrattezza? In quale difesa e in quali diritti possono confidare i cittadini, se non attraverso quella legge che ispiri autorità ma anche rispetto, credibilità? Quale scempio si sta compiendo nella coscienza del Paese e soprattutto delle nuove generazioni, nel momento in cui si accredita un’idea della legge come strumento da utilizzare per fini di parte, secondo il più vieto e volgare ragionamento consequenzialista?
Allora, si eccepirà: ma tutto questo che ha a che fare con il PdL? Semmai riguarda Berlusconi. Beh, appunto: che differenza c’è?
Dunque, il partito – un partito con la “p” maiuscola – non c’è. Né vi troviamo, con tutta la buona volontà, un contenuto liberale. La o le libertà sono come un vessillo, una statua per le processioni, una allettante promessa e nulla più. In compenso c’è ancora la massa, bontà sua! Il trionfo di consensi del PdL è la plastica dimostrazione che in questo Paese i termini ‘liberale’ e ‘massa’ restano antitetici: il più violento ossimoro della nostra cultura politica.
La mia ipotesi è che nel PdL resta (praticamente) nulla, di liberale. Ammesso e non concesso – e questo, da ex-elettore, ancora mi rincresce – che qualcosa di liberale vi sia mai stato.
Paolo Marini

Non ho mica detto che fosse giusto ciò che pensavo: era solo che lo pensavo
Silla, il pensiero liberasle, così come non ragiona per ideologie, non prevede il concetto di massa ma quello di individui responsabili. Tutto qui.
Scusa Chiara, ma da socialista con pesanti resipiscenze marxiste, come mi imputa garbatamente Nicola, e quindi non compiutamente integrato nella cultura liberale, pensavo allora che un movimento liberale di massa avrebbe portato qualcosa di nuovo nella situazione politica italiana. In altre parole la mia analisi di allora abbastanza ottimistica era che questo movimento potesse sostituire al centro la democrazia cristiana con altri valori più improntati al laicismo ed alla pratica liberaldemocratica. Non era la mia area d’elezione, ma la speranza che in un rinnovato centro sinistra si potesse disporre di un interlocutore meno integralista e fagocitatore della Dc di De Mita. Purtroppo facevo i conti con i discorsi espressi, non con gli uomini, anzi l’uomo.
Caro Paolo, nel momento stesso in cui Berlusconi esternò di voler fare “un partito liberale di massa” si capiì la bufala, perchè questo non è solo un “ossimoro violento”, ma soprattutto un atto offensivo nei confronti del pensiero liberale trattandosi di una manipolazione totale offerta alle masse – per l’appunto – che non vanno tanto per il sottile. Ed al tuo lungo elenco di mancanze, mi permetto di aggiungere la negazione dei Pacs, dunque del riconoscimento di pari diritti e pari doveri a tutti i cittadini. Non è una mancanza da poco.