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Quel bambino volato via inseguendo il suo sogno

di Daniela Piesco | 20 Gennaio 2020

Pochi gruppi del vino italiano possono vantare la lunga storia, giunta alla decima generazione, di Mastroberardino in Campania.  La famiglia ha sempre gestito direttamente questa attività con scelte innovative e talvolta coraggiose, mantenendo inalterato il rispetto per le tradizioni e per il territorio. Un percorso fatto di tradizione, passione e intuizione, qualità trainanti che hanno condotto Mastroberardino ad affermarsi come uno dei principali produttori italiani di vini. Ogni annata, ogni terreno, ogni idea che si voglia mettere in atto è un nuovo inizio, una nuova ricerca di margini qualitativi sempre più elevati. Seppur non sia possibile costruire un rapporto di causa ed effetto appare assai verosimile che nei territori ad alta intensità agricola ed alta presenza di produzioni agroalimentari il livello di integrazione sia molto rilevante. Ho deciso di parlarne con Piero Mastroberardino che oltre ad essere viticultore, come innanzi detto, alla decima generazione, e’ , altresì, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese (Dipartimento di Economia) all’Università di Foggia, autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali sui temi del management, artista nei campi del disegno e della pittura, della narrativa e della poesia.

Dinanzi all’ennesima tragedia dell’immigrazione, quella del bambino trovato morto nel carrello di un Boeing 777 dell’Air France mi torna alla mente un passo del suo libro ‘Umano errare’, in cui si parla di lasciarsi invadere e possedere dal fascino dell’indeterminato in volo libero, privo di rotta, “come il falco che si lascia sorreggere, apparentemente immobile, dalle correnti ascensionali”. Ebbene questo sogno di libertà interrotto tragicamente può trovare una giustificazione plausibile?

No, nessuna giustificazione plausibile di fronte a un sogno di libertà di un ragazzino, perseguito con un gesto che appare follemente eroico e che s’infrange così tragicamente contro il muro della realtà.

Di fronte a un atto emotivamente aperto eppure razionalmente privo di prospettiva, viene anche da chiedersi come certe cose possano avvenire, con quale contorno di superficialità e responsabilità del mondo degli adulti, che dovrebbe porsi a presidio di prevenzione di simili drammi.

Resta il fatto che un ragazzo di quattordici anni non può morire così.

In un altro suo libro, ‘Giro di vite’, lei affronta come superare il senso di colpa, raccontando di una famiglia comune che si ritrova a fare i conti con un dramma, un incidente d’auto che coinvolge il primogenito, Alex, e costringe ognuno di loro a misurarsi con un’esistenza mai completamente compresa. Si parla di aprire e trovare un varco per rendere le cose sopportabili. Ma quale può essere il varco che rende sopportabile chi nega il salvataggio di vite umane?

Il salvataggio di vite umane non può essere negato.

Se la domanda si riferisce al tema attuale dei flussi migratori, allora bisogna bandire ingenuità e ipocrisia e provare a leggere quel varco sotto molteplici angolazioni.

Il senso di colpa può interessare sia chi assuma un atteggiamento pregiudiziale di chiusura nei confronti dell’accoglienza di persone in reale stato di bisogno e di difficoltà, sia, per altro verso, chi, pensi di lavare la propria coscienza limitandosi ad affermare il principio di libero movimento migratorio senza preoccuparsi di un quadro regolamentare in grado di seguire le fasi successive, almeno altrettanto delicate e rilevanti.

È dunque importante fissare un sistema di norme affidabile e idoneo a garantire che le persone siano trattate con dignità e abbiano realmente l’opportunità di una vita migliore, non siano cioè relegate all’emarginazione in un contesto sociale inadeguato a fornire i servizi essenziali di vita civile.

Eppure sembra che il lavoro degli immigrati mantiene vive le nostre campagne: la Coldiretti afferma che la vendemmia viene salvata da 30.000 immigrati nei territori più prestigiosi dell’enologia italiana che aiutano anche a ‘ringiovanire’ il settore agricolo. Cosa ne pensa Piero Mastroberardino?

Nelle nostre zone abbiamo ancora tanti giovani che reputano l’impegno in viticoltura uno sbocco professionale gratificante e apprezzato. Dunque non abbiamo, per ora, vissuto in Irpinia questo fenomeno.

So però che in altre zone del Paese è molto diffuso. Non posso che augurarmi che ciò avvenga nel rispetto delle regole, in primo luogo perché dietro l’offerta di lavoro a persone in istato di bisogno non si celino casi di odioso sfruttamento della manodopera. Inoltre non va dimenticato che in tali casi questi meccanismi alterano i principi della leale concorrenza tra le imprese, riducendo in modo irregolare i normali costi di esercizio delle attività produttive a vantaggio di chi opera al di fuori della legalità, peggiorando dunque le condizioni socio-economiche di tutti.

Senza stranieri, niente vino italiano: una storia di caporalato e sfruttamento o è la realizzazione dell’integrazione nell’agricoltura?

Questo tema si ricollega alla risposta precedente.

È purtroppo storia antica e nota: aprire ai flussi migratori in maniera incondizionata è la strategia di chi vuole avere manodopera in quantità e sottocosto, dunque è il principale veicolo di sfruttamento di chi soffre.

È successo così già in molti paesi del mondo. Basti pensare agli Stati Uniti, in cui le lobby industriali più potenti hanno premuto nei decenni trascorsi per ottenere il maggior numero possibile di persone disperatamente in cerca di un’opportunità di vita (provenienti da Messico, Portorico, …), che sono state immesse nei circuiti lavorativi senza tutele.

Un certo mondo spinge in questa direzione perché sul costo del lavoro ottiene un enorme recupero di competitività e di redditività, perché tra l’altro il lavoro irregolare è totalmente variabile, può essere impiegato o rimosso senza formalità.

In un’Italia il cui sistema produttivo è in forte difficoltà questa leva può far gola a molti, pericolosamente.

Dunque va utilizzata con grande attenzione e cura, non in modo incondizionato. Regolare i flussi significa imporre a chi accoglie di farlo appropriatamente, garantendo condizioni di vita dignitose. Non regolare i flussi fornisce invece agli stessi soggetti l’alibi di aver fatto un gesto umanitario di tale portata da sentirsi sollevati da ogni altro obbligo nei confronti del più debole. E di qui partono atti di sfruttamento odiosi di cui le cronache hanno reso conto nel recente passato.

Su queste basi è difficile immaginare, poi, anche la costruzione di un percorso di integrazione.

In questo tempo in cui vi sono forme di povertà nuove e diversificate, in cui appare con chiarezza come sia faticoso per tutti il duro mestiere di vivere, l’emergenza da fronteggiare sono gli immigrati o i giovani che emigrano dall’Italia?

L’emergenza del nostro tempo è ricercare e trovare un equilibrio tra l’esigenza di competitività del sistema imprenditoriale, che è essenziale a mantenere i livelli occupazionali, e le condizioni di chi lavora, che devono essere tali da garantire ai nostri giovani di costruire il proprio futuro.

I giovani sanno bene che non può più essere invocato un criterio stanziale dell’impiego. La mobilità sociale e del lavoro è una condizione della crescita del benessere.

Dunque sarebbe sbagliato porre a confronto gli immigrati provenienti da paesi in via di sviluppo con l’emigrazione dei giovani alla ricerca di spazi professionali. Sono fenomeni diversi e vanno affrontati con strumenti diversi.

In merito ai giovani in cerca di opportunità professionali, compito della classe dirigente di parte pubblica è ridurre le sperequazioni nelle condizioni di competitività dei territori, in modo da favorire una più omogenea distribuzione delle forze imprenditoriali ed evitare così lo spopolamento di alcune aree del Paese in favore di altre. Ci sono strumenti efficaci per favorire tale processo. Andrebbero attuati con giudizio e controllati con serietà nelle loro fasi realizzative.

Vorrei concludere la nostra intervista con i versi di una sua bellissima poesia: “Acqua (…) Trascina i pregiudizi e le sentenze liberando dall’uomo le paure.

Qui di seguito il testo integrale:

“Catarsi

Acqua, lava la terra dai pensieri

artefici di contaminazioni.

Ingolla toni chiari e tinte scure

non ti curare delle differenze

travolgi, con i deboli, i guerrieri.

Trascina i pregiudizi e le sentenze

liberando dall’uomo le paure.”

(All’origine dei sensi, Tracce Ed., 2014)

Daniela Piesco

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: agricoltura, anni, bambino, classe dirigente, coldiretti, conti, costi, costo del lavoro, emergenza, futuro, giovani, immigrazione, integrazione, intervista, italia, lavoro, merito, mondo, movimento, persone, poesia, processo, stati uniti, stranieri, sviluppo

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Moussa Mbaye

    22 Gennaio 2020 alle 18:54

    L ‘ho letta tutta d’un fiato.Bellissima intervista

    Rispondi
  2. Rosa

    22 Gennaio 2020 alle 13:03

    Le domande della giornalista risaltano per i collegamenti originali tra i libri dell’autore e i temi di attualità. Davvero un’intervista interessante e ben scritta

    Rispondi
  3. Nicola

    22 Gennaio 2020 alle 12:58

    Ho trovato davvero originale collegare i libri dell’autore ai temi di attualità. Ottima intervista.

    Rispondi
  4. Sandra

    22 Gennaio 2020 alle 01:12

    Bellissima intervista

    Rispondi

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