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Pisa – Teatro Verdi – ERNANI e intervista al M°Matteo Beltrami

servizio di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 20 Gennaio 2020

L’occasione ce l’ha offerta la proposta del teatro Verdi di Pisa di un Ernani nel recupero storico dell’allestimento con il teatro Massimo di Palermo per la regia di Pier Francesco Maestrini. Una serata decisamente positiva nella quale la suggestiva scenografia ha fatto da cornice ad un cast di rilievo, ad un coro, quello Sinfonico G.Verdi di MIlano, all’altezza della situazione, e ad un’orchestra, quella della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “Guido Cantelli” che ha onorato la partitura verdiana.

Matteo Beltrami, classe 1975, è diplomato in Violino al Conservatorio “N. Paganini” di Genova e in Direzione d’Orchestra al Conservatorio “G. Verdi” di Milano; debutta a vent’anni come direttore d’orchestra a Genova con  Il Trovatore, dal 2016 è direttore musicale del Teatro Coccia di Novara di cui è anche stato direttore artistico per la stagione 2018/19; dal 2018 è direttore artistico del ‘Fuori di Coccia’ festival dei Maestri di Cappella.

In oltre venti anni di carriera debutta quasi cinquanta titoli operistici spaziando dal barocco a prime esecuzioni  assolute di opere contemporanee, lavorando nella maggior parte dei teatri italiani; né sono mancati prestigiosi impegni all’estero, in teatri come NCPA di Pechino, Semperoper di Dresda, Opera Reale Svedese di Stoccolma, Staatsoper di Amburgo, Staatsoper di Stoccarda, Miskolc Bartók Opera Festival, e con orchestre quali  Sächsische Staatskapelle Dresden, Orchestra Sinfonica di Goyania, Orchestra Filarmonica Nazionale Lettone, NWD Philharmonie, Orchestra Statale dell’Hermitage, Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, Orchestra Sinfonica delle Baleari.

Sensibilità, rigore e rispetto della partitura, capacità di intesa con gli orchestrali e con i cantanti, ne fanno un pregevole direttore d’orchestra la cui carriera si preannuncia ancora ricca di opportunità.

 

 

 Intervista

Perché, tra le tante “professioni” della musica proprio quella di direttore d’orchestra?

Purtroppo non ho una risposta originale a questa domanda se non quella di essere stata sempre il mio sogno. Ho iniziato a studiare violino a sei anni e ricordo che, ascoltando le musicassette dei concerti per questo strumento e orchestra, muovevo istintivamente le mani imitando il direttore invece del solista. Il giorno dopo il mio debutto sul podio chiusi il violino nella custodia senza più aprirla. Una decisione radicale di cui non mi sono mai pentito.

 

Qual’è stata la sua prima direzione d’orchestra? Cosa ricorda di quel giorno?

Il mio debutto come direttore avvenne quando avevo vent’anni e fu un caso fortuito: la pianista con cui suonavo in duo accompagnava una corale lirica e, insieme ad alcuni cantanti e un piccolo ensemble orchestrale, aveva intenzione di eseguire il Trovatore di Verdi in forma di concerto a Palazzo Ducale a Genova. Mi chiesero se avessi avuto piacere di dirigerlo… e il dado fu tratto.

 

Avrà certamente diretto più volte una stessa opera: quali differenze tra una direzione e l’altra? Quanto incide la qualità dell’Orchestra e quanto il contesto nel quale quest’opera viene rappresentata nella sua scelta di direzione?

Un direttore studia una partitura suonandola al pianoforte o anche solo leggendola a tavolino e, nella propria testa, può immaginare tutto: il fraseggio, il suono dell’orchestra, l’espressione e le intenzioni che i cantanti dovranno dare a ogni singola frase, rallentandi, rubati, crescendi, smorzandi, etc. Così come precisione e accuratezza nella fase di studio sono fondamentali per creare la propria interpretazione di una partitura, non ci si deve innamorare delle proprie idee a tal punto da non capire quando non sia possibile realizzarle ovvero realizzarne solo una parte. In fin dei conti, se anche Rossini, Donizetti o Verdi apportavano modifiche alle loro opere a seconda degli interpreti e delle orchestre a loro disposizione, non vedo perché non dovrebbe seguirne l’esempio il direttore d’orchestra.

Per quanto mi riguarda, ristudiare da capo una partitura che ho già diretto magari anche molte volte in passato, non è né un dovere né un peso, piuttosto un privilegio.

 

Come affronta lo studio di un’opera che dirige per la prima volta e come, invece, un’opera che già “conosce bene”?

Penso che ogni direttore abbia un diverso modo di approccio a una partitura per la prima volta: io, per esempio, non essendo un buon pianista, preferisco fin da subito leggerla, analizzarla e ripeterla mentalmente a tavolino e, se si tratti di un’opera lirica o di una partitura sinfonica, cantarla. Canto imitando la voce maschile o femminile, acuta o grave o i diversi tipi di strumento così da memorizzare non semplicemente le note, ma i timbri, i respiri, gli impasti sonori. Per quanto riguarda partiture che ho già diretto mi comporto nello stesso modo. Spesso anche poco prima di andare in scena canto ripetutamente quelle frasi o quei passaggi di cui, dopo le prove, ancora non sono soddisfatto. Paradossalmente, più dirigo una stessa partitura e più mi rendo conto di quanto ancora dovrò studiarla per le prossime volte al fine di conoscerla un po’ meglio.

In che modo, in genere, propone la sua lettura di un’opera all’orchestra? Quali suggerimenti e quali indicazioni ritiene fondamentali per rendere al meglio l’interpretazione?

L’orchestra è lo strumento attraverso cui tutte le idee maturate in fase di studio diventano musica. Un direttore non si impone all’orchestra così come non la subisce. Dialoga con lei attraverso le note. Un aspetto del nostro mestiere che curo particolarmente in fase di studio, ma anche come docente all’interno dell’Accademia di direzione d’orchestra del teatro Coccia, è il bagaglio tecnico ovvero quello che viene volgarmente chiamato il ‘gesto’ del direttore. Non esistono limiti ad ampliarlo, affinando il proprio ‘gesto’, affinché corrisponda il più possibile a tutto quello che si vuole ottenere dall’orchestra.

 

 

Verdi è Verdi, si suole dire, indicando con ciò una modalità di scrittura musicale facilmente riconoscibile. Eppure il Verdi di Ernani non è quello di Aida né quello di Falstaff. A suo avviso, come aiutare il pubblico, ovviamente quello composto dai non melomani ma solo appassionati alla lirica, a comprendere meglio questo percorso artistico ed umano del compositore?

Conosco molti verdiani incalliti che, quando si parla di Falstaff, usano pontificare: “non sarà mica Verdi, quello!” oppure musicisti che non vogliono nemmeno prendere in considerazione le sue opere ‘di galera’, in quanto le considerano di scarso valore. Io, scherzosamente, uso affermare che Verdi è la prova dell’esistenza di Dio, dal che si capisce facilmente quanto lo ami in maniera folle e incondizionata. La differenza fra Oberto e Falstaff è abissale, ma il percorso che il compositore ha compiuto tra le due opere è assolutamente chiaro e lineare. A chi ama il ‘ cigno di Busseto’ e vuole eseguirlo, consiglio di approfondire proprio le sue opere poco note. È vero che sono meno riuscite, ma sono quelle in cui Verdi sperimenta nuove idee che troveranno compiutezza e perfezione nei grandi capolavori per cui è diventato celebre.

Veniamo a Ernani, l’opera che il teatro Verdi di Pisa ha proposto al suo pubblico: come giudica musicalmente quest’opera? Cosa racconterebbe della partitura per descrivere le emozioni che contiene?

Ernani è un drammone romantico, drammaturgicamente esile, dalla trama improbabile e da uno limitato approfondimento psicologico dei personaggi. Potremmo definirla una soap opera di primo Ottocento. Che cosa la rende uno dei capolavori del primo Verdi? Una vena melodica sublime e inesauribile, un susseguirsi di frasi musicali dalla bellezza sfacciata e irresistibile, quattro atti di completo godimento per le orecchie. A Novara erano più di 90 anni che non si rappresentava quest’opera e, durante gli incontri con il pubblico precedenti alle rappresentazioni, il consiglio che ho dato ai tanti curiosi che mi chiedevano cosa aspettarsi da quest’opera, che ascoltavano per la prima volta, è stato sempre lo stesso: “sedetevi comodi, rilassatevi e lasciatevi travolgere da due ore di musica sublime. Respiratela, fatene indigestione perché cotanta abbondanza di fantasia melodica tutta racchiusa in una sola opera è cosa più unica che rara”.

 

Direttore e orchestra, direttore e cantanti, direttore e coro, direttore e regista: al centro di esigenze diverse, talvolta molto diverse: come si relaziona con ognuno di loro e, se mai possibile, come trovare un momento di sintesi delle varie esigenze?

Normalmente un compositore, attraverso la scelta di soggetto, testo e musica, palesa al mondo una parte della sua anima. Essere fedeli a un compositore non significa eseguire pedissequamente tutto e soltanto quello che ha scritto, come certa filologia pretende di insegnare, ma cercare di comprendere, se non la totalità,  almeno una parte dei messaggi che ci ha consegnato e, attraverso la propria sensibilità, farli rivivere sul palcoscenico. Quando il fine è comune e la strada pure, le esigenze diversissime delle tante persone che la stanno percorrendo in quel momento non sono un problema, bensì un valore aggiunto.

Nel modo in cui “parla” con l’orchestra ha un modello di riferimento del passato oppure ha scelto una linea autonoma? Si può “rubare il mestiere” facendo tesoro dell’esperienza di altri direttori del passato o del presente? E se sì, cosa si “ruba”?

Dai direttori del passato, ma anche da quelli del presente, si possono imparare molte cose; io ascolto tantissime registrazioni delle partiture che devo eseguire perché è come se avessi di fronte l’interprete e potessi avere con lui una conversazione. Prima di dirigere Ernani, avrò ascoltato più di una ventina di registrazioni diverse. Che cosa ci può essere di pericoloso o di sconveniente in tutto questo? Dirigere non è un compito in classe di matematica durante il quale si può copiare dal vicino il risultato esatto di un’operazione. Sbagliatissimo è invece copiare il modo di porsi di fronte all’orchestra di qualcun altro perché, così come in amore, fingersi una persona diversa da quello che si è alla lunga non paga mai.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: aida, anni, concerti, conservatorio, conti, disposizione, espressione, genova, intervista, milano, mondo, palazzo ducale, palermo, personaggi, persone, pisa, teatri italiani, teatro coccia di novara, teatro verdi di pisa, tesoro

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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