Una volta c’erano Firenze Sud e Mantova Nord, ed eravamo a posto. Si era sicuri che uscendo dall’autostrada arrivavamo in quella città. Più o meno. Al massimo potevi o dovevi scegliere tra un nord e un sud, un est o un ovest. O un centro, tipo Brescia.
Poi le Autostrade, immagino d’accordo con i comuni attraversati e lambiti, hanno inventato i nomi collettivi, anche un po’ storici e poetici, forse inseguendo la tendenza della fusione dei comuni. Ecco nato il casello Campegine Terre di Canossa dove appena uscito immagini di incontrare la mitica contessa Matilde, più giù sulla Adriatica incontri Valle del Rubicone, e lì piovono riferimenti storici e polpette di citazioni cesariane; più a nord sull’Autosole l’uscita/entrata ecco la più recente Valsamoggia dalle parti di Bazzano e Crespellano, alle porte di Bologna.
Anche dalle parti di Firenze le Autostrade hanno fatto la rivisitazione dei nomi. Tra Firenze Nord e Firenze Sud una volta c’erano i caselli di Firenze Signa, in connessione con la SGC FI-PI-LIm tradotto Strada Grande Comunicazione Firenze Pisa Livorno, e Firenze Certosa che connette con l’Autopalio per Siena da una parte, e verso il centro di Firenze dall’altro, via Galluzzo. Poi Firenze Signa è diventata Firenze Scandicci e Certosa è diventata Firenze Impruneta. O fiorentinamente Imphrunetha. Nomi che solo a leggerli ti vien in mente lo slogan “tra coline e casolari si fa un olio senza pari”. E ti vien voglia di fettunta.
L’altro giorno tornando da Rimini verso Bologna ho affidato la scelta del percorso al navigatore. Lo so, a volte delego. L’ingresso scelto dal sistema è stato Valle del Rubicone. Ho accettato. Ho fatto vie e rotonde improbabili che senza navigatore non avrei mai imboccato, tra cui quella col disco del fondatore del liscio Secondo Casadei, perché qui c’è la patria della musica popolare romagnola.
Un casello autostradale aiuta a conoscere la tradizione e il territorio. Come Savignano sul Rubicone. Anche il suo nome sembra una canzone. Con il succedersi di suoni e richiami, di sillabe quasi note musicali all’orecchio , un pezzo di mazurca, un pezzo di valzer, un pezzo fondamentale di Romagna, quella cantata e quella celebrata nell’inno mondiale del liscio romagnolo, e quindi del suo nome più noto e prestigioso Secondo Casadei.
Qui Savignano sul Rubicone, qui a due passi dal mare, qui a Gatteo mare, qui ogni rotonda e ogni muro parla di liscio e di Romagna e di piadine e di voglia di ballare e danzare e trovarsi per festeggiare. Ed è una cultura profonda, popolare, sentita e storicamente allargata al succedersi delle generazioni.
Terra di Ville, compresa quella di Secondo Casadei, di ponti romani e di palazzi civici, ma anche terra di musei della storia che si fa musica e della musica che è diventata storia. Rumori di sabbia e di mare, suoni di ballo e di sagre che diventano festival.
Terra della Famiglia Casadei , terra di rievocazioni e di manifestazioni che non hanno tempo. Terra di documenti e ricordi come nel Museo di Casadei Sonora, dove Riccarda Casadei ha minuziosamente recuperato e messo in mostra pezzi, reperti, scritti, fotografie, quadri, strumenti spartiti, oggetti del re, il grande re, della musica popolare romagnola.
Se la Romagna è Romagna lo si deve anche a Romagna Mia. Se il mare e le tradizioni di questo pezzo d’Italia e d’Europa che si chiama Riviera Romagnola sono così popolari e conosciute è anche perché non è solo un mare, un gusto, una vacanza, un piatto, un pesce ma è anche perché ti entra in testa e nelle gambe quel ritmo che avvolge giovani e vecchi bambini e adulti nelle serate sotto la luna in riva al mare al suono di quelle note, e al cantare di quelle voci.
Tradizioni ed evoluzioni. Ma soprattutto emozioni. Nostalgia che diventa poesia. Non a caso le prime due parole di quell’inno alla Romagna sono “sento” e “nostalgia”, molle e simboli di questa terra, di questa gente, di questi popoli: sentire e provare, nostalgia non per chiudersi ma per reagire. E poi “casetta” mia” notte stellata”, la mia “serenata”, una dichiarazione d’amore alla propria terra per lanciare un messaggio di amore e di gioia nel mondo. Genio romagnolo. Partendo da un casello.
Fabrizio Binacchi

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